di Marcello Frigeri

O si fa come dice l’Unione Europea, più propriamente come ordinano Francia e Germania, o il Governo cambi: sembrano dire questo Sarkozy e la Merkel all’Italia genuflessa davanti al mondo, ridicolizzata dai grandi d’Europa. “Io e la cancelliera – dice Sarkò -, abbiamo incontrato Berlusconi e Papandreou per ricordare loro le responsabilità che hanno e le decisioni che devono prendere”. Insomma, un diktat bello e buono: ci comandano perché non abbiamo un esecutivo forte e in grado di farsi rispettare. Questo continuerà ad essere fintanto che lo zoccolo duro del Pdl reputerà Berlusconi, di fronte a tutto e a tutti, un grande statista, in realtà un signore anziano, imprenditore, con complessi di megalomania e persecuzione.  Ma anche se l’esecutivo italiano è rappresentato da una banda di politici mediocri e scaldapoltrone, quale è, il fatto che una Nazione prenda ordini da altre potenze dimostra quanto la liberaldemocrazia sia un regime governativo malato. Diamo infatti per scontato, e assolutamente legittimo, che i diktat all’Italia provengano da luoghi istituzionali al di fuori dei confini nazionali, magari anche oltre Oceano: dall’America, per esempio. Oggigiorno, in estrema sintesi, i destini di uno Stato non sono più decisi dalle sue forze politiche ma da tutt’altri poteri, i quali dettano legge nonostante non siano legittimati dal voto dei cittadini. Scrive Massimo Salvadori: “Uno dei primi atti che legittima o meno la formazione di un governo è la sua quotazione in borsa, vale a dire il gradimento o non gradimento da parte della finanza nazionale e internazionale”. Paradossalmente c’era più democrazia nel primo sistema liberale, sorto con la “Gloriosa Rivoluzione”,  di quanto ce ne sia oggi. Dico paradossalmente perché allora, nel ‘600, chi aveva il diritto di voto erano soltanto i grandi proprietari terrieri, ovvero poco meno del 2% della popolazione, mentre il “Terzo Stato” non vantava alcun diritto politico. Ma quel 2%, a differenza di oggi, esercitava in maniera efficace la propria sovranità, anche perché allora non si parlava di “economie globali”, ma di “economie nazionali”, e dunque nessuno Stato si permetteva di mettere il cappello sulle decisioni altrui, che erano affare del proprio governo. Nel sistema liberaldemocratico odierno, invece, l’economia è definita “globale”, e per forza di cose è controllata in misura crescente da piccole oligarchie finanziarie sovranazionali. Il suffragio elettorale, che non è più di diritto esclusivo dei grandi proprietari terrieri, sarà pur universale, ma il cittadino conta comunque meno di zero.  Man mano insomma che l’economia si è trasformata da locale in globale anche la politica ha finito con il seguire questa strada. E le conseguenze, ma è sotto gli occhi di tutti – vedi l’ultima grande crisi economica -, sono disastrose: se le questioni importanti non vengono prese dai nostri rappresentanti – che assumono invece la carica di subordinati – ma da forze a noi completamente lontane e indecifrabili, come può il cittadino controllare l’operato dei suoi eletti? La risposta già la conosciamo: non ha possibilità alcuna.

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