Published On: Gio, Dic 1st, 2011

DIZIONARIO DI POLITICA – Ma è davvero necessaria la tolleranza?

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di Marcello Frigeri

Fiumi di inchiostro sono stati scritti sul tema della tolleranza. La moderna rivendicazione del suo concetto nasce intorno al XVI e al XVII in un contesto definito e racchiuso nel rapporto tra Stato e Chiesa. Deve lo Stato decidere per l’uomo quale sia la religione della verità, e quali siano quelle eretiche? Furono le guerre di religione a sancire il definitivo pluralismo degli ordini sacri, dapprima, e da sempre, uniformati sotto l’insegna crociata del cristianesimo. Forse il più grande teorico della tolleranza, in quel periodo, fu John Locke, che vedeva nella tolleranza la capacità di scelta e di determinazione propria del singolo. Ognuno, insomma, purché non sia ateo, è libero di decidere a quale Dio prostrarsi.

Oggi, invece, la tolleranza ha diversi significati: in generale può essere vista come una forma di nuovo ed evoluto razzismo, oppure come una sorta di male minore. La prima tipologia comincia quando due culture s’incontrano, e di conseguenza si scontrano, la seconda  – il male minore – è invece una forma di tolleranza verso chi ha idee differenti dalle nostre, e la incontriamo all’interno di una stessa società.

1)Tolleranza come forma di razzismo

È di questi giorni la notizia del niet assoluto della destra al diritto di cittadinanza ai bambini degli immigrati nati in Italia. Al no categorico è seguito subito il dito puntato degli indignati contro l’intolleranza e il razzismo leghista. Ebbene di razzismo si tratta, ma è il razzismo della tolleranza: io tollero lo straniero a patto che non acquisisca i miei stessi diritti.

L’odierna idea di tolleranza, infatti, supera i confini della religiosità – ma non li esclude – e spazia fino agli estremi sociali: diritto di cittadinanza, problema del pluralismo culturale e sociale e riconoscimento di identità da parte di nuovi soggetti politici. In poche parole aiuta a definire cos’è il razzismo contemporaneo. Scrive il professor Marco Tarchi: “per parlare sensatamente di razzismo nel contesto dell’odierno clima politico-culturale delle società occidentali occorre riferirsi ai fenomeni di diffidenza, rifiuto e intolleranza connessi all’incontro/scontro tra popoli di diversa estrazione etnica (…), la vitalità di questo fenomeno non fa pernio su pretese di superiorità di un gruppo razziale sugli altri, ma su meccanismi di rifiuto della condivisione dell’uso di porzioni del territorio abitato, di servizi sociali, di opportunità di lavoro”.

Il razzismo, insomma, non è più la cultura della razza superiore, ma la cultura della diffidenza: i nazisti sterminavano i “diversi” proprio perché tali. Oggi, con il mito dell’uguaglianza a tutti i costi, il diverso  o si omologa alla nostra cultura, ai nostri schemi mentali e alle nostre tradizioni (senza però poter acquisire i nostri stessi diritti), oppure è sì tollerato – e talvolta nemmeno questo -, ma sarà comunque una tolleranza rivestita da uno strato di diffidente razzismo.

2) Tolleranza come male minore all’interno di una stessa società

Ma la questione della tolleranza e dell’intolleranza non può essere vista solo come il tema dell’omologazione di una cultura differente, sarebbe riduttivo. L’argomento è ben più ampio e tocca anche la questione delle opportunità: in generale la società tende ad imporre con la violenza o con sanzioni civili le idee e le opinioni comuni a coloro che dissentono da essa. E da qui la domanda classica: anziché perseguirlo, come male minore si può tollerare il diverso (colui che la pensa diversamente)? Ebbene, a parer mio il quesito è malposto. Infatti ci si dovrà chiedere: è proprio necessario tollerare?

A ben guardare, infatti, la tolleranza non è il contrario dell’intolleranza, come si vorrebbe far credere, ma una sua degenerazione. Perché chi è tollerante, per forza di cose, è anche intollerante. Se tollero lo straniero, di conseguenza non tollero il razzista. Se in una società tollero l’esperienza democratica, non tollero l’antidemocratico. E così via. Viste così, tolleranza e intolleranza sono armi pericolose, perché entrambe accettano soltanto le idee interne al proprio partito o setta.

Che fare dunque? Non penso che l’individuo, per come è fatto, possa smettere di essere intollerante (o tollerante), essendo una sua principale prerogativa. Può però tentare di sostituire la tolleranza, che altro non è se non una ramificazione dell’intolleranza, con il rispetto: sarebbe meglio infatti che valesse sempre il principio voltairiano, io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente, anziché infarcirsi le idee con parole come libertà e uguaglianza per poi, puntualmente, essere democratici con chi ci pare a noi. Il tema della tolleranza, infatti, è in seno al principio della liberaldemocrazia: il prezzo che la democrazia paga a se stessa è che tutte le idee devono essere accettate (e non tollerate), anche quelle che si ritengono ideologicamente più ripugnanti. Come possiamo, infatti, essere democratici con chi ci pare e a tutti gli altri imporre il silenzio? Se si sceglie la via della democrazia, deve essere utilizzata con tutti, nessuno escluso. Chiudo il pensiero: ovviamente le nostre argomentazioni si arrestano entro i confini del rapporto tra noi e “l’altro”, dove “l’altro” è colui il quale ha idee differenti dalle nostre. Non tutto, poi, è degno di rispetto o giusto da tollerare. E il rispetto preso da solo non è una caratteristica sufficiente per poter forgiare una società, che per sopravvivere ha bisogno della legge e di una grande morale in cui è possibile racchiudere la singola morale di ogni individuo. L’uomo, infatti, è un atomo a se’, con tanto di leggi e filosofie proprie. La società deve saper custodire meglio che può quest’atomo, ma non limitarlo, e allo stesso tempo nessun individuo può e deve limitare, con le armi della tolleranza o dell’intolleranza, i diritti dell’altrui individuo.

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