Published On: Mer, Feb 1st, 2012

ATTUALITA’ – Oltre la legge Biagi/Maroni: la riforma «tecnica» del lavoro all’insegna dell’equilibrio

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di Marco Mirabile

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma un po’ meno dal 2003 in poi, l’anno della cosiddetta «legge Biagi». Il nome, lo sappiamo tutti, fa riferimento al giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle brigate rosse un anno prima dell’approvazione della normativa con la quale il secondo governo Berlusconi ha modificato e stravolto il nostro mercato del lavoro. Formalmente il nome più corretto sarebbe «legge Maroni», essendo proprio il Roberto leghista, in qualità di ministro del lavoro, il primo firmatario del disegno di legge.

Perché possiamo parlare di «stravolgimento»? Perché la legge Biagi/Maroni ha introdotto una serie di contratti inconsistenti, abolendo ogni forma di diritto per il lavoratore (ferie, malattia, permessi, maternità, contributi) e distinguendo completamente i diritti degli «indeterminati» dai «precari».

Negli anni Novanta, infatti, prima di questa legge, era molto facile ottenere un contratto a tempo indeterminato: tuttavia se il datore di lavoro si fosse voluto tutelare avrebbe potuto assumere a tempo determinato, ma senza negare al neo-assunto gli stessi diritti del collega «indeterminato»: inoltre il contratto a scadenza era molto spesso la premessa di un seguente contratto definitivo.

Dalla legge Biagi/Maroni in poi al lavoratore sono proposti contratti di somministrazione, di apprendistato, a progetto, di lavoro ripartito, intermittente, accessorio, occasionale, e via dicendo. L’abuso di questi «contrattini», in cui non è previsto un periodo di prova e nemmeno un percorso professionale che porti all’assunzione a tempo determinato o indeterminato, ha lasciato i giovani lavoratori in una situazione psicologica grave. Come «precari» cronici non sviluppano la motivazione necessaria a partecipare pienamente alla gestione dell’azienda, non hanno diritto ad alcuna formazione, e la cosa peggiore è che non hanno la tranquillità di crearsi una famiglia, di chiedere un prestito né tantomeno richiedere un mutuo per la casa.

È inutile girarci intorno: la legge Biagi/Maroni ha colpito tutti i giovani lavoratori che dal 2003 si sono affacciati al mondo del lavoro, diminuendo la loro sicurezza e la loro stabilità lavorativa. Inoltre, a questa presunta flessibilità del lavoro non ha mai fatto seguito una riforma sugli ammortizzatori sociali: ecco perché una situazione di lavoro flessibile è diventata una situazione «precaria», soprattutto in un contesto economico nel quale non è facile nè rapido il ricollocamento.

Il nuovo ministro del lavoro Elsa Fornero, in accordo con sindacati e Confindustria, sta puntando a una riduzione netta del numero dei contratti (una giungla di circa 46 modelli), anche attraverso il meccanismo degli incentivi e dei disincentivi al loro utilizzo. Verrà valutato il «contratto unico» sul modello Ichino, che ruota attorno all’idea di un contratto di base per i neo-assunti di durata più o meno triennale e a tutele crescenti.

In tema di formazione il ministro si augura un «salto culturale»: chi perde il lavoro in età avanzata deve potersi riconvertire, e deve poter rientrare nel mercato anche se ha superato i 50 anni di età.

Il nodo più spinoso è quello della flessibilità, la questione del licenziamento facile:  «occorrerà depurare la questione dal suo valore ideologico: il governo sulla flessibilità non ha né uno spirito di rivincita, né la voglia di imporre un suo diktat. Si cerca solo di risolvere un problema, senza traumi né conflitti».

E per evitare questi traumi il ministro Fornero dovrà anche agire sugli ammortizzatori sociali, come non si è mai fatto, spostando risorse da una voce all’altra, e magari introducendo il salario minimo. Dovrà anche essere rivista la cassa integrazione, secondo il ministro «una coperta che non può durare in eterno».

Concludendo, il difficile compito di Elsa Fornero sarà quello di far capire alle imprese che il ricorso a una maggiore flessibilità del lavoro deve avere comunque un costo elevato (come ad esempio avviene in Germania). La seconda è far capire ai sindacati che nessuno, nel governo, si sogna di mettere a repentaglio i diritti, perché i diritti sono la base del patto sociale.

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