Published On: Gio, Feb 16th, 2012

FOCUS – Siete sempre le solite, vecchie facce

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di Marcello Frigeri

Per usare un paradosso, la tangentopoli parmigiana esplosa lo scorso 24 giugno ha avuto un merito: aver portato all’attenzione dei cittadini l’importanza di un controllo democratico sugli eletti e sui nominati. Piazza Garibaldi, da naturale centro di aggregazione di quella che noi tutti chiamiamo la Parma Bene, è diventato il nucleo attivo della protesta. E sempre in quel caldo pe
riodo di fine giugno i partiti, che ancora si pensa siano l’essenza della liberaldemocrazia quando invece rappresentano una sua patologia, erano diventati piccoli, piccoli, tanto che persino le bandiere dell’opposizione sventolate in piazza vennero mal digerite. La protesta, insomma, era dei cittadini e loro soltanto, rivolta contro una classe politica di pessimi amministratori, rea di non aver difeso la città dalla corruzione. La vera forza della protesta, poi, è stata quella di portare un’aria pulita di democrazia partecipativa che, se vogliamo, rappresenta il concetto fondante  del regime democratico: il controllo sulla classe dirigente – a Parma non c’è mai stato, altrimenti non ci troveremmo nella situazione debitoria in cui ci troviamo ora -. Seguirono incontri pubblici, dibattiti sul futuro della città, costituzioni di nuovi comitati, promesse di cambiamento; lo slogan, bene o male, metteva tutti d’accordo: mai più le solite facce, cambiamo il volto della città. I politici, impauriti com’erano di perdere la loro leadership, corsero immediatamente ai ripari: il centrodestra, messo da parte Vignali, indisse un nuovo congresso provinciale; il centrosinistra si preparò alle primarie, ed entrambi gli schieramenti, furbescamente, si posero a cavallo dell’ira cittadina, usurpandone addirittura lo slogan: il messaggio in questi ultimi mesi di campagna elettorale, infatti, è ancora esplicito per tutti, cambiare il volto di Parma. E il bello, anzi il brutto, è che i parmigiani pare l’abbiano bevuta. Non che i partiti la loro crisi se la siano lasciata alle spalle – l’affluenza alle primarie del centrosinistra è stata tragica -, ma sono stati in grado di riportare in grembo una buona parte degli indignati. E ci sono riusciti, soprattutto, mantenendo al potere le solite facce. Villani, con esilarante verve, all’indomani dello scandalo giurava: largo ai giovani, facciamoci da parte, la parola d’ordine sarà rinnovamento. Infatti il coordinatore provinciale del Pdl è un giovin virgulto di nome Paolo Buzzi, due volte vicesindaco (Giunta Ubaldi e Giunta Vignali); vice coordinatore Massimo Moine (non un omonimo, proprio lui, l’ex coordinatore provinciale). Avvincente il messaggio al congresso pidiellino: “rinnovamento nella continuità”, che è un modo simpatico per dire che nulla è cambiato.
Ma se Atene piange, Sparta non ride: dall’altra parte il Pd, che se non altro con Pagliari ha svolto una snervante quanto fondamentale campagna d’opposizione in Comune, è riuscito nell’ impresa di candidare alle primare chi in Consiglio non c’è mai stato. Tra i democratici è successo un po’ come accade in battaglia: al massacro si mandano i pretoriani, mentre la vittoria se la gustano i generali. La vittoria di Bernazzoli alle primarie è poi emblematica: c’è da chiedersi com’è che nel panorama politico e culturale del centrosinistra, storicamente fatto di filosofi, docenti universitari, storici e politici di tutto rispetto, gli unici candidati fossero Cantoni, La Pietra, Rossi e Dall’Olio – quest’ultimo l’unico ad avere, almeno intellettualmente, una spanna sopra gli altri -. Nemmeno nell’area moderata e centrista troviamo uno straccio di rinnovamento: da una parte il civico Ghiretti (ex Giunta Vignali) e dall’altra Maria Teresa Guarnieri, da quindici anni ago della bilancia della volata finale per le comunali, tanto che sia Pd che Pdl non nascondono l’intenzione di “dialogarci”: un 7% di capienza elettorale può sempre far comodo.
Per una estate, soltanto per una corta e calda estate, la città ha davvero avuto in mano la possibilità di spazzare via la vecchia nomenklatura, e se non i partiti, ormai ridotti ad una metastasi democratica, quantomeno i volti vecchi e stravecchi degli stessi. Si è sperato anche in uno scatto d’orgoglio della base dei partiti – quei sedicenti giovani che poi, alla fin fine, sono più vecchi dei vecchi -), sarebbe infatti bastato una piccola rivolta interna – chiamatela come volete, rottamazione o formattazione -.  Invece è accaduto tutt’altro: i partiti sono riusciti a spazzar via, o quantomeno a contenere, la rabbia generale della città che, un po’ come gli italiani in genere, ha la memoria davvero corta. Così alle prossime elezioni comunali ci ritroveremo a votare quegli stessi politici, o gruppi di partito che, nel bene e nel male, hanno scritto la storia degli ultimi 15 anni del disastro parmigiano, quello del debito stellare (Ciclosi parla di 400 milioni, il Pd di 600 milioni), della corruzione, della cementificazione selvaggia, dei buchi di bilancio (eccetera). È vero anche che alle prossime elezioni non saremo totalmente in balìa del claudicante sistema partitocratico: si stanno mobilitando infatti Roberta Roberti, leader di Parma Bene Comune, e i grillini, due novità nel panorama ducale. La riflessione, comunque, viene spontanea: se storicamente l’elettorato del centrodestra è ferreo nelle proprie posizioni e mal digerisce il rinnovamento, tantomeno dal basso – l’ultimo congresso del Pdl lo ha confermato -, ne consegue che i movimenti cosiddetti di “rivolta” e di “rivoluzione politica”, come possono essere il Mov5Stelle, Parma Bene Comune e lo stesso Simone Rossi, attireranno voti unicamente dall’elettorato del centrosinistra. Il fine ultimo è lo stesso, mandare a casa i soliti politici e stabilire una sorta di democrazia partecipativa, ma inevitabilmente finiranno per mangiarsi i voti tra loro. Questa è da sempre una condanna per Parma e per accidente converso dell’Italia: lo spezzettamento tra gli ideali dei cittadini fa sì che a guadagnarci siano i soliti: i grandi partiti che si mangiano la nostra democrazia.

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