Published On: Gio, Feb 16th, 2012

L’INTERVISTA – “Le società partecipate sono al di fuori della democrazia”

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di Marcello Frigeri

“Democrazia e beni comuni”, questi sono gli argomenti che i due blogger parmigiani Marco Adorni (dottore di Ricerca in Storia e Informatica e ricercatore free lance) e Michele Guareschi (giornalista) trattano nel loro personale blog La Ragione della critica. Qualche settimana fa si trovavano all’Auditorium Paganini, invitati dai leader del Laboratorio per l’Alternativa: si parlava delle società partecipate che, nel panorama ducale, sono ai più entità sconosciute. Il nucleo fondante della loro tesi è che queste società, così impostate dalla Giunta comunale, sono una realtà al di fuori della democrazia, nonché una macchina autolesionista che genera debiti su debiti. Li abbiamo intervistati, cercando di capire i motivi della loro conclusione.
La vostra è una tesi curiosa: le partecipate esterne al meccanismo democratico. Partiamo però dall’apice, cosa sono le società partecipate? E che funzione hanno?
Michele Guareschi: “Nascono agli inizi degli anni ’90 con l’idea di portare ordine negli affari dei comuni italiani: introducono i privati nella cosa pubblica e, in sintesi, servono per gestire servizi che altrimenti sarebbero di competenza comunale, come ad esempio il trasporto pubblico o lo smaltimento rifiuti. L’obiettivo è quello di rendere più efficiente il lavoro della Giunta”.
Marco Adorni: “Il Comune di Parma possiede diverse tipologie di società partecipate: ci sono quelle che gestiscono i servizi, ma ci sono anche quelle definite società di scopo: nascono per portare a termine un progetto come una grande infrastruttura pubblica; a progetto finito queste società ‘muoiono’”.
Dunque la loro funzionalità è anche, e soprattutto, la trasformazione del territorio, sono il motore dello sviluppo di una città.
G: “Esattamente. Nel 2000 il Ministero per lo Sviluppo Economico inviò ai comuni un prospetto informativo con il quale diceva: vi ricordiamo che sono state introdotte nella normativa le società partecipate, e servono per portare al progresso le vostre città. Una sorta di libretto delle istruzioni. A Roma venne anche organizzato un corso formativo per l’utilizzo di queste Stu a cui Ubaldi, al tempo, mandò i tecnici comunali”.
C’è da dire che non è obbligatorio per i comuni creare società partecipate.
G: “Non è obbligatorio, ma sono comunque funzionali: le Stu, infatti, sono una sorta di garanzia per i prestiti: si crea una Stu per un particolare progetto, come la costruzione di un ponte: le banche sanno che il denaro prestato finisce direttamente per quel progetto, e non viene disperso nei gangheri comunali”.
Allora perché tanto polverone intorno alle società partecipate di Parma?
A: “La nostra interpretazione è che attraverso le partecipate è stato aggirato il Patto di Stabilità, che è un meccanismo di controllo europeo sulle politiche di bilancio.
In sostanza: il Comune non poteva permettersi di costruire grandi infrastrutture come, ad esempio, la Stazione? Ha trasferito il debito di queste grandi opere nelle sue partecipate”.
G: “Lo stesso Vignali, in un incontro pubblico, aveva confermato di voler aggirare il Patto di Stabilità”.
Facciamo un passo indietro: il Comune non si sarebbe mai potuto permettere le grandi infrastrutture di cui fino a qualche mese fa si vantava di aver realizzato, distribuendo il debito per la costruzione nelle sue società?
A: “Esatto. Ma c’è altro da dire: tieni presente che le partecipate sono soggetti giuridici esterni al Comune.
Si dirà: allora come mai le banche concedono denaro se non si dà loro nessuna garanzia? La cosa paradossale è che  sono Spa, e quindi rispondenti al diritto commerciale privato, anche se di proprietà interamente pubblica”.
Che significa?
A: “Le banche finanziano le partecipate in base ad un progetto; il comune emette quelle che vengono definito le lettere di patronage, in cui lo stesso si impegna a restituire il denaro attraverso la proprietà pubblica, cioè ipotecando i suoi palazzi. Quindi le banche sono assicurate dal fatto che c’è una garanzia che è pubblica: nel caso la partecipata non dovesse pagare il mutuo alle banche, loro si rifanno sul Comune”.
Siamo in corsa su di un treno impazzito, non si aspetta altro che le banche chiedano denaro al Comune.
A: “Esattamente”.
G: “Il bello è che le banche hanno già chiuso i rubinetti”.
Il prossimo passo è la svendita dei nostri beni?
G: “Il patrimonio di Parma è valutato intorno al miliardo e mezzo, Bisogna vedere quanto si attingerà a questo patrimonio per ripagare il debito”.
Parma è già una città in mano ai privati, svendendo i nostri immobili pubblici lo sarà ancora di più?
A: “Probabile che succeda”.
Ma come si è arrivati a tutto questo? La politica non ha saputo controllare ciò che faceva?
A: “Fino al 13 luglio 2011, quando venne approvato il nuovo regolamento che regolava il sistema dei controlli, l’unico responsabile di Stt, e quindi indirettamente di tutte le società partecipate, era il vicesindaco Paolo Buzzi [Stt è una holding – capogruppo,  cioè gestisce le partecipazioni finanziarie all’interno dei capitali delle altre società di scopo, ndr]”.
Ma se effettivamente vi era un rappresentante politico che controllava questa holding, perché sostenete che le partecipate sono al di fuori del controllo democratico dei cittadini?
A: “Il vicesindaco Buzzi, avendo la delega alle società partecipate, effettivamente partecipava ai consigli di amministrazione di Stt, dunque uno dice:  se un esponente della Giunta era presente alle decisioni sulle questioni, allora un controllo democratico esisteva davvero. Sbagliato: a mancare era l’organo elettivo, cioè il Consiglio Comunale, e di conseguenza l’opposizione”.
Il Consiglio Comunale non aveva la possibilità di controllare i bilanci di queste società partecipate? E se così è, legalmente era possibile?
G: “Ricordi la vicenda dei Revisori dei Conti, che in blocco si dimisero durante l’amministrazione Vignali? Si erano recati dalla holding Stt per controllare i suoi bilanci. Gli risposero picche, gli atti erano secretati. Perché invece Varazzani, nei giorni scorsi, si è licenziato? Ciclosi lo convocò per un normale controllo dei bilanci. Noi sospettiamo che non tollerasse questo controllo esterno. Qui sta il vuoto di democrazia. Riporta al suo concetto originario. La democrazia non si esaurisce nel voto dei rappresentanti, si basa sul controllo del potere dal basso”.

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  1. Ringraziando Zerosette e Marcello Frigeri, vorrei fare solo un piccola precisazione, relativa all’ultima risposta.
    Nella foga del racconto, probabilmente, non sono stato chiaro, e un paio di episodi riportati vanno distinti.
    1)Ad ottobre 2010 (in piena bufera Tep-Costa-Banca Mb) i capigruppo di opposizione in Consiglio comunale chiedono di poter visionare documenti e contratti di Stt, fino a quel momento sconosciuti. A dicembre gli verrà fornita solo una parte delle carte richieste perchè, sostenne all’epoca Buzzi, “nel momento in cui si chiedono tutti i contratti siamo di fronte ad una indagine non prevista dalla norma”.
    2)L’11 febbraio 2011 si dimette l’intero collegio dei revisori dei conti, il quale lamenta, in particolare, scarse informazioni circa il Bilancio comunale e il piano di rafforzamento delle partecipate oltre alla lettera intimidatoria inviata al collegio stesso dal Direttore generale del Comune, Carlo Frateschi.
    3)Come riportato dalla Voce di Parma del 14 febbraio 2012, i revisori dei conti si recano, ad inizio del mese, nella sede di Stt per un’ispezione ordinaria. Di fronte all’iniziale rifiuto, opposto dai funzionari della holding, di fornire le carte e alle spese folli riportate nei documenti dei quali sono comunque venuti in possesso, i revisori si recano dal Commissario Ciclosi. Ciclosi convoca Varazzani. Varazzani, dopo l’incontro, si dimette.
    Questo è tutto.
    Grazie ancora per l’attenzione che avete voluto porre al nostro lavoro.
    Cordiali saluti

    Michele Guareschi (La ragione della critica)

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