Published On: Gio, Mar 29th, 2012

ATTUALITA’ – Elogio dell’esitazione. Il Pd e la riforma del lavoro

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di Marco Mirabile

Dopo varie indiscrezioni sulla riforma del mercato del lavoro, il Consiglio dei Ministri ha approvato il “salvo intese”. Il governo Monti ha preferito evitare la strada del decreto legge per dare la possibilità al Parlamento di apportare eventuali modifiche al disegno di legge. La via del “salvo intese” è stata suggerita dal capo dello Stato viste le ultime tensioni con le parti sociali e con la maggioranza. Ma la scelta di Monti non è gradita al Pdl, che vede un esecutivo debole di fronte ai tentennamenti del Pd.

Che il Pd tentenni non è una novità, spiace però che nel dibattito politico si cerchi sempre di far passare qualsiasi “esitazione” come segno di “debolezza”. La materia in discussione è delicata, riguarda direttamente la vita dei cittadini: si tratta di lavoro e di norme inedite che andranno a incidere concretamente sul futuro occupazionale di ciascuno. Siamo quindi così sicuri che l’esitazione di Bersani sia davvero un segno di debolezza? In fondo i democratici hanno deciso di dare battaglia in Parlamento per cambiare la “norma Fornero” sui licenziamenti economici, e hanno proposto di introdurre il cosiddetto modello tedesco.

La differenza è minima ma sostanziale: secondo la nuova procedura il datore di lavoro si limita a convocare il lavoratore per comunicargli le ragioni del licenziamento economico, che possono essere inerenti all’attività produttiva (soppressione del posto di lavoro) o alla riorganizzazione del lavoro (crisi aziendale), e il lavoratore avrebbe diritto solo all’indennizzo; nel cosiddetto modello tedesco spetta invece al magistrato decidere se i motivi economici sono reali e se i lavoratori hanno diritto al reintegro o all’indennizzo. Mi pare una sfumatura sulla quale è legittimo sia manifestare dei dubbi che desiderare un approfondito confronto parlamentare. E il Pd ha chiesto di lavorare per una soluzione condivisa, non per l’intangibilità dello statuto.

Il fatto che il Pd si chieda “è così impossibile far sposare le urgenti esigenze liberiste del mercato con norme che salvaguardino la dignità e l’aspetto umano della vita lavorativa?” mi pare un segno di spessore politico cui non siamo più abituati.

La settimana scorsa abbiamo visto il ministro Fornero annunciare la riforma del lavoro con tono perentorio e sbrigativo, e a caldo ci siamo compiaciuti per tanta efficienza. Dopo aver letto nei dettagli il testo approvato in consiglio, dopo aver seguito alcune tribune politiche in tv e dopo aver letto qualche riflessione in rete, tutti ci siamo fatti venire dei dubbi: “come agiranno i datori di lavoro italiani una volta conquistata la libertà di licenziamento?”; e poi “basteranno le nuove norme per incoraggiare la permanenza a tempo indeterminato in azienda?”.

Se nell’era del “pensiero sbrigativo” il Pdl e l’Udc scelgono la semplificazione del discorso politico, che appare così vincente e convincente, tanto da far sostenere che la democrazia contemporanea sembra essere più un “format” che un “complesso strutturato di regole”, il Pd riabilita l’esitazione, il pacato confronto per una soluzione difficile e ambiziosa.
Il “parlare” è il linguaggio che ci consente di abitare nella “realtà della politica”. A quest’abitare dev’essere concesso di esitare. L’esitazione della risposta è la consapevolezza di chi parla della “posta in gioco”. Implica una decisione. Dispone gli interlocutori in uno spazio preciso del luogo comune. Risolve una relazione con gli altri che lo ascoltano. In questo senso il linguaggio è un dono ma anche legame e obbligo, perché come il dono, come il dovere, il linguaggio è fondante la comunità. Quando la consapevolezza di chi parla, la sua libertà, svelata dall’esitazione, è eliminata a vantaggio di un riflesso automatico, di una troppo immediata approvazione, “alla comunità si sostituisce la caserma, al cittadino il camerata”. Quindi va bene l’efficienza del governo tecnico, ma attenzione ai temi politici che tali devono rimanere e come tali devono essere affrontati.
Come dire, dell’articolo 18 si può pensare tutto quello che si vuole, ma tutta la riforma del lavoro, dopo il disastro Biagi, va pensata con calma e con intelligenza politica. Non è possibile ignorare nuovamente la sintesi tra mercato e dignità umana.

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