Published On: Gio, Mar 22nd, 2012

FOCUS – Gli Onorevoli avvoltoi lo guardano morire

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di Salvo Taranto

Calisto Tanzi è stato il responsabile assoluto della voragine infinita di debiti accumulati da Parmalat ed il suo operato ha trascinato nel baratro migliaia di piccoli azionisti. Tanzi è stato soltanto un’influente pedina, in uno scacchiere affollato di favori ed inganni,  nelle mani di banchieri e, soprattutto, politici. Qualunque sia la verità – processuale e storica – che circonda il passato dell’ex patron di Collecchio, di un imprenditore che si ritrovò un impero (di carta) fra le mani, un interrogativo scuote le coscienze: è giusto che un uomo di 73 anni, in precarie condizioni di salute, rimanga in carcere? E’ giusto che ciò avvenga in un Paese in cui perfino agli stupratori di gruppo sono concesse misure cautelari meno afflittive? Eppure l’imprenditore che nel 1961 partì da un piccolo caseificio nel parmense per poi andare alla conquista dei continenti, che portò l’azienda ad essere quotata in borsa e una squadra di provincia alla ribalta calcistica internazionale, si ritrova, dopo la sentenza del 4 maggio 2011, ancora detenuto. Ricoverato al Maggiore e costretto a tornare in tribunale accompagnato da sondino e manette: una condizione che manterrà quantomeno fino al 15 maggio, quando il Tribunale di Sorveglianza di Bologna prenderà una decisione riguardo alla richiesta, presentata dai propri legali, di concessione dei domiciliari. Di Tanzi, l’italiano di successo che faceva onore alla nazione, divenuto Cavaliere del lavoro nel 1984, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana nel 1999 (onorificenze poi revocate nel 2010 per indegnità), sembrano essersene dimenticati quegli amici, molti dei quali ancora potenti, che un tempo si rivolgevano a lui per risolvere problemi economici ed appianare debiti altrui. L’elenco degli ex amici non possiede lo stesso volume delle carte processuali, ma i loro nomi sono comunque di “spessore”. Fra questi, in primis, l’intramontabile Ciriaco De Mita, i cui rapporti con Calisto ebbero molte ripercussioni sulla condotta dell’azienda. Quando, ad esempio, nel 1984 Parmalat decise di aprire un secondo stabilimento nel Meridione, la scelta cadde accidentalmente su Nusco, provincia di Avellino, paese natale di De Mita. Una località che aveva il merito logistico di distare (soltanto) una quarantina di chilometri dall’autostrada e che offriva ottime credenziali,  dato che nel comune campano furono ritrovati rifiuti tossici provenienti da La Spezia. E come se non bastasse, l’incarico di costruire l’impianto fu affidato ad un certo Michele De Mita, segretario locale della Democrazia Cristiana e fratello di Ciriaco. Inoltre, nel pieno rispetto della logica del “do ut des”, la commercializzazione del latte a lunga conservazione Parmalat fu resa in seguito possibile da una legge del 1989: a vararla fu il governo De Mita. Un altro episodio che, con grande evidenza, dipinge un Tanzi non vittima ma spesso beneficiario di un sistema malato, si verifica dopo il terremoto dell’Irpinia avvenuto il 23 novembre 1980: l’ennesimo sisma della storia italiana che accomuna le lacrime di molti ai sorrisi spietati di alcune bocche senza scrupoli. In base alla legge sulla ricostruzione, Tanzi può chiedere aiuti e finanziamenti nonostante lo stabilimento Dietalat divenga operativo soltanto nel 1986. La richiesta di aiuti, pari ad 8 miliardi di lire, viene presentata con dieci giorni di ritardo rispetto alla scadenza. Nessun problema: di miliardi gliene vengono comunque concessi addirittura 11. Ma gli intrecci con la politica non si esauriscono ovviamente qui e si dipanano lungo una matassa di vicende – alcune già accertate, altre ancora da verificare o archiviate in fretta – che contribuiscono ad accreditare la versione secondo cui Calisto abbia agito al riparo o sotto costrizione di amici e complici del tutto impuniti. Secondo infatti l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, a Tanzi toccò anche di acquistare, su sollecitazione di Francesco Cossiga, la “Margherita Yogh
urt”, un’azienda falcidiata dai debiti che, però, aveva la virtù di annoverare tra i propri soci alcuni parenti dell’ex presidente picconatore. L’acquisto di aziende in rosso fu sempre tra le prerogative di un Tanzi pressato dalle richieste provenienti dal mondo della politica e desideroso di non inimicarsi nessuno. Un Tanzi smanioso di assecondare le pretese di chiunque per anni fosse in grado, all’occorrenza, di far chiudere uno o entrambi gli occhi. E, proprio per questa ragione, il signore di Collecchio faceva piovere finanziamenti in modo assolutamente bipartisan: senza fare, insomma, quelle distinzioni tra centrodestra e centrosinistra che possono interessare i politologi, ma non quegli imprenditori ai quali spetta l’incombenza di ungere gli ingranaggi dei partiti con l’olio delle banconote. Tanzi ha infatti dichiarato ai giudici di aver elargito fondi ad esponenti politici del calibro di Scalfaro, Forlani, Pomicino, Fini, Dini, Speroni, D’Alema e Bersani (solo per citare quelli più illustri): gli interessati, sdegnati, hanno negato ogni coinvolgimento in queste vicende. Fra chi invece ha ammesso di aver ricevuto denaro, compaiono i nomi di Prodi e Casini. Si trattava tuttavia di somme inferiori ai 5 mila euro e, dunque, esenti da dichiarazione. Tutto in regola. Sono gli anni della Seconda Repubblica, del dopo Tangentopoli, a ribadire il fatto che la generosità di Tanzi non conoscesse steccati ideologici. L’allora patron di Parmalat sostiene infatti nei verbali di aver finanziato nel 1996 la campagna politica di Romano Prodi e nel 2001, invece, quella di Silvio Berlusconi. Due personaggi che, oltre ad aver scritto la storia politica italiana degli ultimi 20 anni, sono strettamente legati anche al passato di Tanzi. L’uomo caduto adesso in rovina, ridotto secondo i propri avvocati ad uno “spaventapasseri”, fu socio e contribuì all’aumento di capitale di Nomisma, una società fondata da Prodi e, inoltre – i magistrati stanno cercando in merito dei riscontri – avrebbe indirettamente finanziato Forza Italia attraverso gli spot pubblicitari della Parmalat sulle reti Mediaset, rinunciando allo sconto di cui l’azienda avrebbe avuto diritto per la messa in onda.  Comunque sia, puntando sul cavallo vincente alla vigilia delle due elezioni politiche, Tanzi rivelò grande fiuto e lungimiranza. Quella stessa lungimiranza che, stranamente, non era in grado di mostrare nell’acquisto scellerato di società con entrambi i piedi già nella fossa.

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