Published On: Gio, Mar 29th, 2012

FOCUS – Le mani della criminalità sulle imprese di Parma

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di Salvo Taranto

Anno dopo anno, la “piccola capitale” diviene sempre più periferia silenziosa di un impero. A farle perdere il proprio rango, ad inghiottirne voracemente la nobiltà ed il prestigio, non sono la rossa Bologna o la centralista Roma. I nemici provengono da più lontano, ma sanno colpire come degli insospettabili vicini di casa, mostrando capacità camaleontiche. Colpiscono sotto occhi distratti (o addirittura bendati) perché di queste minacce, molto spesso, si ignora o si preferisce ignorarne la presenza. Parma – che ne sia consapevole o meno – è ormai terra di conquista di potenti multinazionali: una filiale mafiosa di Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra.
Crescono le infiltrazioni, gli intrecci tra criminalità e politica, delinquenza ed imprenditoria. Pecunia non olet: il denaro (anche quello sporco) non ha odore, soprattutto in tempi di crisi economica.
E davanti al fiume di soldi facili, alla possibilità di avere a disposizione quella liquidità negata invece da una banca, in molti sono comunque pronti, eventualmente, a turarsi il naso. Si accumula, in modo indisturbato, la polvere sui piccoli e grandi appalti, rendendo la trasparenza una chimera.
Ed è sul cono d’ombra – lì dove tutto è grigio – che le organizzazioni criminali vanno in picchiata come gli aerei alleati che bombardarono la città ducale: ma quella violenza, allora, aveva  l’intento di liberare dall’oppressione, non quello odierno di opprimere liberamente.
Parma è emblema di un elevato livello di qualità della vita, un nido di benessere sulla via Emilia. Ed è, purtroppo, la ricchezza a suscitare gli appetiti dei predatori. Esemplare, forte di circa 3mila consumatori abituali, è l’espansione del mercato cittadino della cocaina: un affare per cosche calabresi che si sono insediate nella provincia di Milano, nel parmense (Salsomaggiore e Fidenza) e nel reggiano (Brescello). Un’occupazione del territorio avvenuta a partire dal 2001, mentre il prefetto Paolo Scarpis definiva una “sparata” l’allarme lanciato in proposito da Roberto Saviano.
La gravità del fenomeno in questione è tale da aver spinto questa settimana Libera e Confesercenti a fare fronte comune, a presentare insieme il 13° rapporto “Sos impresa”: un documento che descrive in quale maniera la criminalità abbia gradualmente messo le mani sulle realtà imprenditoriali dell’Emilia Romagna. Niente di nuovo sotto il sole”, potrebbero biblicamente commentare gli addetti ai lavori, coloro che da anni studiano i processi in atto o tentano di arginarli. Eppure, come sempre accade quando ciò che si ritiene “risaputo” è in realtà ad appannaggio di pochi, il dossier ha un’enorme importanza: narrando episodi, citando nomi, la relazione diventa simbolo di un’imprenditoria sana che si schiera, senza se e senza ma, contro la criminalità. Che la ripudia nonostante quelle connivenze che, in passato, hanno interessato una parte minoritaria delle imprese: i presunti furbi rivelatisi stolti e i disperati affossati da una soluzione peggiore del problema.
Tutto ha inizio 11 anni fa quando le indagini della Direzione Investigativa Antimafia attestano per la prima volta la presenza dei fratelli Zagaria in provincia. Parma comincia a riconoscere la mano nera della camorra: gli incendi divorano macchinari ed attrezzature di imprese di costruzione che operano lungo la linea ferroviaria Parma-La Spezia. A rendere certe le infiltrazioni mafiose è il  successivo decreto di confisca che si abbatte contro la succursale parmense del clan dei Casalesi: ad essere sequestrati sono beni, del valore di circa 65 milioni di euro, facenti capo al gruppo Bazzini. L’uomo che meglio di ogni altro può incarnare l’assalto camorristico ai danni di Parma è proprio Aldo Bazzini, patrigno della moglie di Pasquale Zagaria: la Dia lo definisce un “uomo con fortissimi interessi economici in tutto il Centro-Nord”. Nel 2006 verrà arrestato insieme al figlio Andrea, con l’accusa di associazione camorristica, per aver reso possibile l’ingresso dei Zagaria nel business cittadino dell’edilizia.
Gli imprenditori locali, nel corso dell’ultimo decennio, iniziano ad essere investiti dalle richieste di pizzo: una parola che sembrava essere destinata ad echeggiare soltanto al Sud. Ed invece, come un virus, quel patto sciagurato tra denaro e protezione ha raggiunto anche la Food Valley. Fra le vittime del germe mafioso compare Francesco Emini, proprietario di una ditta che ha gestito i lavori del sottopasso e della tangenziale di via Budellungo, gli impianti fognari della zona e i cantieri per il polo scientifico del Campus. L’uomo, alla guida di 200 dipendenti, stanco delle richieste economiche delle sanguisughe mafiose, si ribella pagandone le conseguenze. L’indagine aperta a seguito delle proprie dichiarazioni consente l’arresto di 11 persone appartenenti al clan dei Casalesi. Emini, tuttavia, vive sotto scorta, barricato nella propria casa in Campania dove, in passato, è stato anche assaltato a colpi di bombe carta.
Ma il pizzo, ovviamente, non è un’esclusiva territoriale dei camorristi. Anche Cosa Nostra è tra le viscide protagoniste delle vicende malavitose cittadine. Vittima delle estorsioni è una ditta esecutrice dei lavori del Complesso Martinella, sempre all’interno del polo scientifico del Campus. La “Ing Nino Ferrari”, con sede a La Spezia, nel 2006 abbandona il cantiere a causa, ufficialmente, del proprio fallimento. Ma gli inquirenti sospettano che dietro la cessazione dell’impresa vi sia la pressione esercitata ai suoi danni dai Mazzarotti, una cosca radicata nel messinese e tristemente attiva soprattutto tra gli anni ’80 e ’90. A confermare i dubbi è l’inchiesta “Eris”, portata a compimento dai carabinieri del Ros della città dello Stretto, grazie alla quale vengono arrestati Carmelo Bisognano e Nunzio Siracusa per i reati di associazione mafiosa ed estorsione. Tre anni dopo, nel 2009, un’altra operazione, denominata “Compendium”, consente di verificare l’esistenza nel parmense di ben 6 (su 41 arrestati) affiliati agli Emmanuello:  un clan gelese che ha dato vita a distaccamenti in 5 regioni settentrionali.
Questo, in parte, è quanto avvenuto a Parma negli ultimi anni, con velocità disarmante ed intensità, forse, sottovalutata. Questo, e non solo, è quanto successo sotto gli occhi di un’opinione pubblica che il rapporto di Libera e Confesercenti, definisce “più attonita che indignata”. Il confine tra lo sbalordimento e l’accettazione, a volte, può rivelarsi davvero troppo sottile: il rischio è che, ad oltrepassarlo senza fatica, possa essere presto la rassegnazione.

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