Published On: Gio, Mar 29th, 2012

POLITICA II – Liste comunali: come vengono scelti i candidati?

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di Marcello Frigeri

Ciò che inizialmente balza all’occhio nella lista dei candidati del Partito Democratico (avvenuto anche nel Pdl), sono i quattro nomi di chi, ancora adesso, svolge l’attività di consigliere provinciale: Dodi Lorenza, Calunga Ilaria, Contesini Stefania e Bonetti Caterina non hanno ancora concluso il mandato elettivo a Piazza della Pace – legislativamente si chiuderebbe nel 2014 – e già fanno le valigie per trasmigrare in Consiglio Comunale (elezioni permettendo). Niente di illegittimo, ma non sempre quello che è illegittimo è moralmente accettabile. In questo caso, infatti, la mossa dei democratici e dei pidiellini sembra svuotare di significato il mandato rappresentativo, ridotto ad uno smercio di eletti tra Provincia e Comune. Con questo modus operandi, di fatto, nulla vieterà ai suddetti consiglieri, o a Bernazzoli, un domani, di candidarsi  per le politiche nel 2013.
Ma così ragionando si toglie valore al mandato elettivo, mentre lo acquisisce quello di scalata per la carriera, che riduce la politica ad un contesto imprenditoriale. Non è certo un caso, infatti, se la scelta dei democratici abbia generato qualche perplessità alla base dei tesserati. Anche perché decisioni come queste limitano le possibilità di chi, nei circoli cittadini, dove pulsa il cuore di un partito, ha meriti per poter accedere a cariche politiche, smerciate tra i “notabili”, cioè le persone degne di nota. “Sempre i soliti”, dicono dal basso.
Il problema non è solo del Pd e del Pdl, perché la questione è procedurale: in che modo vengono selezionati i candidati delle liste comunali? Proprio per il fatto che nei partiti e nei movimenti non vi è una sorta di democrazia interna, si scelgono i nomi sulla base della vicinanza con il leader. È un modo di decidere che può anche star bene, ma certamente non deriva da una forma meritocratica o democratica pura e semplice, ma da una calata dall’alto. “Quale indipendenza può avere chi deve carriera e posto di lavoro a un partito?”, si chiede giustamente Ghiretti riferendosi alla scelta bernazzoliana di candidare alle comunali i suoi consiglieri provinciali. E ha perfettamente ragione.
In generale la base propone i nomi dei possibili candidati, che possono essere anche un centinaio, ma è il direttivo a porre un veto, e siccome si tende a compattare una forza politica per meglio contrastare gli avversari nel parlamentino, è preferibile che i candidati siano quantomeno vicini al lìder maximo. Un partito, qualsiasi esso sia, è difficile che possa favorire la democrazia interna, proprio perché la democrazia è anche dissenso.
A tal proposito non stupiscono le parole di Massari (candidato alle comunali) rilasciate a Zerosette il 24 gennaio scorso: “Quando fu fatta la famosa assemblea del 21 novembre [del Partito Democratico locale, ndr] qualcuno chiese di poter mettere ai voti la candidatura di Bernazzoli, ma quella sera si decise di non votare”. Si optò in tal senso proprio per non spaccare il partito tra bernazzoliani e sostenitori di Pagliari, che avrebbe traghettato il partito verso una crisi che non si sarebbe potuto permettere. Nessuno discute della legittimità: ogni partito sceglie la strategia migliore per la propria conservazione – anche questo, del resto, è la partitocrazia -. Resta però da chiedersi se, seppur legittimo, sia  anche opportuno, vista la plausibile poca indipendenza che i candidati possono conservare nei confronti del leader. La fiducia ai partiti è al minimo storico, e dunque non sarebbe male se questi mettessero da parte, per un attimo, la scalata alla carriera e la vicinanza al capo oltre ogni ragionevole dubbio, per dare spazio ad una maggior democrazia interna.

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