Published On: Lun, Apr 16th, 2012

ATTUALITA’ – La Lega e il mito del cambiamento

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di Marco Mirabile

“I partiti sono lo strumento attraverso cui i meridionali gestiscono lo Stato” tuonava il giovane Umberto Bossi nel 1985 alle prese con l’ambizione politica del cambiamento. Continuava nel 1994: “Bisogna che si mettano tutti in testa, anche il Berluskàz, che con i bergamaschi ho fatto un patto di sangue. Gli ho giurato che avrei fatto di tutto, che sarei arrivato fino in fondo per avere il cambiamento. E non c’è villa, non c’è regalo, non c’è ammiccamento che mi possa far cambiare strada”. E dal sito ufficiale si leggeva: “La mia voce si alza volutamente senza diplomazia, perché noi padani rifiutiamo di essere coinvolti nell’astuzia della palude romana che non si accorge che così tutto muore. Noi vogliamo il cambiamento”.
Queste di Bossi sono poche frasi, che ci permettono però di riconoscere in quegli anni un’intensa volontà di trasformazione. È il mito del cambiamento, del “ri-formare”, che significa dare una forma “nuova”, “cambiare”, in modo sostanziale, rispetto al passato, lo Stato, il sistema politico, le istituzioni, il governo.
In che modo? Si parlava di presidenzialismo e semipresidenzialismo, di premierato e cancellierato, di sistema americano, di maggioritario, di bipolarismo e bipartitismo, di partito leggero e di primarie. Ma soprattutto di federalismo, politico e fiscale. E la Lega si è fatta portavoce del cambiamento radicale, quello urlato e blaterato nei suoi comizi folkloristici, con i toni violenti che conosciamo, gli sproloqui e i deliri che hanno riacceso i sentimenti campanilistici della comunità (padana), riattivandone le potenzialità irrazionali.
Da lì in poi non si è mai smesso di parlare di “cambiamento”. Però, in modo sempre meno convinto, sempre meno condiviso dai cittadini, da quella mitica società civile che ha partecipato in modo coinvolto e appassionato alla stagione del cambiamento nei primi anni Novanta, dando fiducia al Polo delle Libertà, premiando i leader “nuovi” alle elezioni politiche, Bossi e Berlusconi, e anche votando massicciamente ai referendum (compreso quello sul finanziamento pubblico ai partiti che vogliono farci ripetere).
Ma alla fine del decennio questo desiderio di cambiamento si è già attenuato, né è riprova il fatto che tutti i referendum falliscano. Dal 1999 i cittadini si oppongono a ogni tentativo di modificare il sistema elettorale in senso definitivamente maggioritario, e l’unico referendum che supera la soglia del 50% di partecipazione elettorale è quello che, nel giugno 2006, boccia le riforme costituzionali, quelle approvate in fretta e furia dalla maggioranza di centrodestra l’anno prima, Lega in testa. È segno che l’ansia di cambiamento, fra i cittadini, si è quasi spenta. Dalla spinta rivoluzionaria a quella reazionaria, seguono infatti gli anni di Bush, delle torri gemelle, del neoeletto Ratzinger, culturalmente gli anni di un globale riflusso pessimistico. E anche il linguaggio si è adeguato a quest’epoca stagnante. Non si parla più del “cambiamento”, e la Lega di governo non è di certo la Lega di piazza. Bossi e Berlusconi “parlottano” di “innovazioni”, che toccano aspetti specifici e puntuali della realtà, ma sono contentini, “carotine” sventolate in faccia agli italiani, senza più alcuna pretesa di ridisegnare profondamente il sistema, magari pensando alle nuove generazioni.
Oggi possiamo dire con oggettività storica che questi cambiamenti non sono mai stati realizzati: né quello liberista dell’imprenditore che in tre mesi ha costruito il partito liberale e laico di massa sconosciuto alla tradizione italiana, né quello federalista dell’incazzato guerriero padano. Sappiamo che se il primo progetto, quello berlusconiano, si è avvitato su se stesso degenerando in populismo inerte, il secondo, quello di Bossi, è annegato nella retorica indipendentista, tutta slogan e  nient’altro. Come se la classe politica della prima Repubblica non se ne fosse mai andata: anzi, la si incontra oggi in tutti i principali partiti e schieramenti, e i cosiddetti uomini “nuovi”, da tempo stanno tutti saldamente al potere, Bossi, Berlusconi (fino a ieri) in testa, che di questo potere ne hanno fatto un uso privato. Ora i leghisti “del cambiamento” non potranno più dire di essere vergini, neppure nell’integrità morale, visti gli scandali dei rimborsi elettorali.
Ma sappiamo come andrà a finire, continueranno a evocare la trasformazione, la secessione, e altre porcherie demagogiche, e questo mentre la loro posizione è, in fondo, garantita da partiti largamente oligarchici e da un sistema elettorale conservatore. L’unica speranza è che nei prossimi mesi si possa continuare con un governo che non ha mai fatto campagna elettorale.

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