Published On: Gio, Apr 5th, 2012

DIZIONARIO POLITICO – Della personalizzazione nella politica parmigiana

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di Marcello Frigeri

Personalmente sono poco convinto, e molto demotivato, sul come è stata impostata la lotta per le comunali del prossimo maggio. Ho voluto analizzare questa campagna elettorale collocando le sue parti (partiti e movimenti civici) in uno schema geometrico a forma di arco. Le due estremità del semicerchio sono il Partito Comunista dei Lavoratori da una parte, e il Movimento 5 Stelle dall’altra. Il primo è caratterizzato dall’appartenenza. Dalla sua, infatti, il Pcl conserva un senso di identità ed un radicalismo ideologico tanto forti da collocarlo fuori da ogni schema attuale (e dunque all’estremità del nostro arco); i secondi, come i primi, sono il secondo estremo non già per l’appartenenza a qualcosa, altresì per la loro non-appartenenza. È pacifico che i grillini, sin dalla loro genesi, abbiano portato  avanti un certo tipo di modello politico che è quello della democrazia diretta (o partecipativa), avverso al classico, il rappresentativo. Entrambi, a loro modo, hanno in mente un tipo di società diversa dall’attuale, dove l’ideale non è l’immagine di un leader ma il programma elettorale.

I movimenti civici e i partiti, chi più e chi meno, sono invece lo specchio della crisi politica che stanno attraversando i paesi occidentali, pur con le dovute dimensioni locali, e rappresentano la realtà racchiusa tra i due estremi. Il gioco della politica che si sta avviando verso le comunali è interamente speso non tanto sulle differenze tra i programmi, quanto sulla costruzione dell’immagine dei leader. Novità, alternativa e continuità sono le parole chiave della sfida elettorale, ma i termini sono completamente svuotati di significato perché connessi non tanto alle idee, quanto, in realtà, all’icona di chi si definisce nuovo che avanza, in contrasto con il vecchio. Svuotando di contenuto parole che un tempo correvano parallele ai programmi, il dibattito tra le idee diventa una questione di secondo piano, perché dominato dalla sfida delle immagini: le gigantografie dei leader, e relativi slogan, possiamo notare, infestano la città. Un tempo le differenze tra i partiti erano un riflesso delle divisioni sociali, e di conseguenza il voto elettorale era dato per appartenenza ad una classe rispetto ad un’altra. In una certa misura, insomma, i partiti erano vicini molto più di adesso alla società civile, proprio perché votare rappresentava un legame con qualcosa.

Nella politica delle immagini, dove all’apice di un’idea o di un’associazione non vi è un partito ma un capo, la leaderizzazione ha invece accentuato il solco tra governo e cittadini: un leader, proprio perché tale, non assomiglia al cittadino perché diverso qualitativamente da chi lo vota. E oggi, qui a Parma, non si sceglie l’idea ma la persona. Se parliamo di crisi dei partiti è proprio perché essi sono diventati comitati al servizio di un capo. Cedendo lo spazio alla personalizzazione di una figura di spicco si indeboliscono e, rispetto al periodo della Prima Repubblica, perdono il contatto con la propria area elettorale, accentuando anch’essi il distacco tra cittadini e politica.

LE LISTE ELETTORALI
Nel concetto di personalizzazione rientra anche la selezione dei nomi nelle liste elettorali. Chi li decide? E ancora, sulla base di quali qualità sono stati selezionati? L’idea è che sia nei grandi gruppi (come Pd e Pdl) che nei movimenti civici, i nomi delle liste – i prossimi consiglieri comunali – non vengono selezionati meritocraticamente o democraticamente. Secondo il processo meritocratico, si selezionano quelli con maggiori qualità oggettive decise dal gruppo; secondo quello democratico si votano i migliori sulla base di qualità che ogni votante considera, oggettivamente, le più adatte per governare. Nessuna di queste due forme, tuttavia, oggi viene utilizzata. I consiglieri comunali, infatti, non sono selezionati, ma scelti. Il termine di giudizio non sono ne’ le qualità oggettive, ne’ quelle soggettive. In linea generale è la vicinanza al leader, tanto che sono i direttivi partitici a porre il veto sui nomi proposti dalla base. La democrazia, infatti, seppur la si definisca sempre come il miglior modello governativo e di sviluppo, non ha ragione d’essere per quanto riguarda la selezione delle figure di spicco nei partiti.

Essa implica dissenso, ma il dissenso, proprio perché tale, lede il potere della leadership, che per sopravvivere e prosperare ha bisogno di circondarsi di un gruppo compatto. Anche le primarie del Pd, per certi aspetti, non sono del tutto democratiche. Esse permettono sì ai tesserati di scegliere il leader su una rosa di nomi, ma non permettono di scegliere la rosa dei nomi. O meglio: il processo democratico è l’elezione del leader, mentre quello non democratico, che è alla base delle primarie, sarà la selezione dei candidati leader. L’esempio della rinuncia di Pagliari alle primarie ne è una riprova: pur di non spaccare il partito in due fazioni (brenazzoliani e sostenitori dell’ex capogruppo in Consiglio), le quali avrebbero innescato una crisi di leadership, i democratici hanno fatto la loro scelta.

In estrema sintesi, e sulla base del voto, consegniamo l’importante fase decisionale di una comunità politica non già a chi possiede, secondo un soggettivo punto di vista, l’idea migliore per la città, valutata sulla base dei programmi elettorali (qualcuno li ha mai sfogliati? Dove si trovano?), ma al leader che riesce ad attrarre, sulla base dell’immagine e delle promesse – che si differenziano da un programma politico -, il maggior numero di votanti. E questo tipo di scelta, se vogliamo, oltreché deprecabile, è anche sinonimo di disuguaglianza: chi ha più denaro da spendere per la campagna elettorale avrà più visibilità. A tal proposito sarebbe opportuno che ogni candidato potesse utilizzare una eguale somma massima di finanziamento, tenendo presente che il finanziamento dovrà sì essere pubblico, ma accuratamente registrato e pubblicato. Siccome il cittadino non sceglie il migliore sul campo, ma chi percepisce come migliore, in un contesto dove l’immagine è tutto, è pacifico che ogni candidato debba avere uguali opportunità di apparire. Se questa è la democrazia che vogliamo, la democrazia dell’apparenza, allora cerchiamo di rendere egualitaria, e non elitaria, tale “virtù”.

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