Published On: Lun, Apr 16th, 2012

FOCUS – Facciamo pagare il debito alle banche

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di Salvo Taranto

Il termine è ostico e, comunemente, poco conosciuto: anatocismo. L’essere al corrente del suo significato potrebbe però trasformare milioni di inconsapevoli sudditi in cittadini autentici ed arrabbiati. Scoprirne l’importanza,  apprendere il suo valore, innescherebbe una reazione a catena: una pacifica rivoluzione che avrebbe come bersaglio quelle banche che, troppo spesso, dimenticano di esercitare la funzione per la quale esistono. La parola, di derivazione greca, indica la capitalizzazione degli interessi su un capitale al fine di produrre nuovi interessi. Semplificando, l’anatocismo è il calcolo degli interessi sugli interessi. Nella terminologia bancaria questo genere di interessi vengono definiti composti. Calcolare gli interessi attuando la cosiddetta capitalizzazione composta comporta, nel tempo, una crescita esponenziale del debito contratto: soltanto questa conseguenza dovrebbe, di per sé, iniziare a far storcere il naso. In sintesi, anatocismo vuol dire, ad ogni scadenza di pagamento, aggiungere al debito residuo anche gli interessi sugli interessi che sono stati regolarmente pagati dal correntista debitore. Immaginiamo di applicare l’anatocismo a cadenza trimestrale. In questo caso gli interessi composti, che vengono conteggiati ogni 3 mesi dalla Banca e presentati come una voce all’interno dell’estratto conto, finiscono per essere sommati al saldo debitorio finale: così facendo gli interessi da corrispondere al creditore sono destinati inevitabilmente ad aumentare. Attraverso questa pratica, gli interessi capitalizzati nel trimestre precedente danno vita a loro volta, nel trimestre successivo, ad ulteriori interessi da pagare. Esempio: su un capitale iniziale di mille euro e con un tasso di interesse del 5%, adottando una periodicità trimestrale di liquidazione degli interessi, il capitale calcolato frutta 50 euro. Tuttavia, applicando l’anatocismo, già a partire dal secondo trimestre gli interessi (che si calcolano non più sui 1000 euro iniziali ma su 1050) raggiungono i 52,50 euro, nel terzo 55,10 e così via: senza alcun limite con il trascorrere dei successivi mesi. Ragionando in termini di vecchie lire, 100 milioni al tasso del 20% (ovvero al 5% al trimestre) dopo 10 anni diventano, applicando l’interesse semplice, 300 milioni: con gli interessi composti, al contrario, gli stessi 100 milioni per un equivalente periodo e ad un tasso identico, si trasformano tragicamente in 1 miliardo di lire. In pratica, il debito diventa infinito, un vortice che risucchia il cittadino senza scampo. Per il debitore dunque, anatocismo significa – repetita iuvant – che non deve pagare alla banca soltanto il capitale e gli interessi pattuiti ma, paradossalmente, anche gli interessi calcolati sugli interessi già scaduti. Questa prassi può apparire alquanto assurda e lo è, a maggior ragione, a causa del fatto che la capitalizzazione degli interessi risulti totalmente illegittima. La materia è infatti, dal 1942, regolamentata dall’articolo 1283 del Codice civile. La norma dispone che “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti da almeno sei mesi”. Le banche che applicavano gli interessi sugli interessi – occorre precisarlo – hanno comunque agito correttamente fino al momento in cui il loro comportamento improntato alla consuetudine era avallato dalla giurisprudenza che, solo negli ultimi anni, ha dato il via ad un processo di revisione interpretativa delle norme riguardanti l’anatocismo: un processo sfociato nella sentenza del 4 novembre 2004 con la quale le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sancito sostanzialmente l’illegittimità, anche per il passato, delle cosiddette clausole anotocistiche inserite all’interno dei contratti bancari.
Le banche, ciò nonostante, continuano ad applicare l’anatocismo nascondendosi dietro il principio di reciprocità: ovvero, oltre ad addebitare ogni trimestre gli interessi (che diventano capitale per il trimestre successivo), gli istituti di credito calcolano contemporaneamente anche agli interessi attivi. Ma, chiaramente, è una reciprocità fittizia poiché gli interessi attivi sono praticamente inesistenti.
Davanti a questa sequela di ingiustizie, ogni cittadino può avviare una pratica legale nel tentativo di rientrare in possesso del denaro sottrattogli a causa dell’applicazione dell’interesse sull’interesse. Per farlo, – avviando quella rivoluzione a cui già accennato – basta richiedere gli estratti conto arretrati al fine di comprovare l’avvenuto anatocismo. In seguito, facendosi affiancare da un legale, è necessario intentare una causa civile contro la banca che, a quel punto, nominerà un perito con il compito di verificare tutti i movimenti: il giudice competente si pronuncerà sulla base dei contenuti della perizia. I tempi medi della procedura non sono in realtà rapidissimi (si aggirano fra i 3 e i 5 anni) ma i margini di successo, da parte del cittadino, finora non sono stati affatto trascurabili. Dietro la parola anatocismo inoltre, potrebbe anche nascondersi un’incredibile ancora di salvezza per il Comune di Parma. Una possibilità insperata di attenuare fortemente quei debiti, che affliggono le casse dell’ente cittadino, contratti in buona parte nei confronti di banche che hanno elargito milioni di euro in prestiti: il passivo comunale nei confronti degli istituti di credito ammonta infatti, secondo gli ultimi dati relativi al 2011, a 460.600.407euro (160 milioni propri del Comune, il resto proveniente dalle partecipate). Laddove i rapporti istituiti con le banche siano longevi, il semplice ricalcolo degli interessi anatocistici potrebbe generare un abbattimento davvero sostanzioso dell’ammontare del debito accumulato. Per verificare la fattibilità di questa corposa riduzione – sostengono le associazioni che da anni si battono contro la malsana pratica degli interessi sugli interessi – basterebbe periziare gli estratti conto avvalendosi di analisi realizzate da tre diversi professionisti: in presenza di tre perizie indipendenti contenenti risultati analoghi, difficilmente l’opinione pubblica e la politica – quella vera – si mostrerebbero distratte o volgerebbero lo sguardo altrove. Ed ogni parmigiano potrebbe così scrollarsi di dosso quei 2500 euro di debito che incombono sulla propria testa come una ghigliottina: neonati compresi.

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