Published On: Mer, Mag 2nd, 2012

ATTUALITA’ – Sul diritto degli stranieri a non integrarsi con gli italiani

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di Marcello Frigeri

In capitoli precedenti del nostro Dizionario delle idee politiche abbiamo analizzato i motivi per cui omologare una cultura ad un’altra sia sbagliato: pensando di agire per il bene di una realtà a noi differente, provochiamo invece un male.
Prima di trattare l’integrazione, elenchiamo sinteticamente i motivi che ci hanno spinto a concludere questa ipotesi.
1) Ciò che è un bene per la società Occidentale, come la democrazia, non è detto che lo sia per culture con storia e tradizioni agli antipodi.
2) Anche fosse un bene, non spetta comunque all’Occidente prendere decisioni che comportino un cambiamento nella realtà di popolazioni lontane da noi migliaia di chilometri.
3) Ogni Stato ha il diritto di rifilarsi la storia da se’, senza cappelli da parte di altri stati. – Il diritto di occidentalizzare culture a noi differenti, equivale al diritto di chi si sente superiore, e dunque del più forte. Alla forza, però, non ci si piega per volontà ma per necessità. Ciò vuol dire che ogni forza che superi quella occidentale la sostituisce nel suo diritto.
– L’omologazione condanna gli uomini ad una uguaglianza forzata. Eppure gli uomini devono essere uguali soltanto per diritti e per giustizia. Ma ogni Stato ha leggi e diritti propri: omologare tutto ad un unico diritto e ad un’unica legge porterà inesorabilmente ad un unico uomo. Barattare la libertà con l’uguaglianza non è forse un delitto a cui ci si può sottrarre?
Che succede, però, se un individuo entra in contatto con una realtà totalmente differente da quella di origine? Poniamo che un immigrato pakistano, con tutto il bagaglio culturale e tradizionale che ne consegue, sfugga dalla miseria del suo Paese e si insedi in Italia: deve quest’uomo integrarsi con la nuova realtà? A mio parere no. Non vedo necessità, in questo caso, di integrazione. Proprio perché l’omologazione è l’annullamento di ogni diversità, ognuno, per questo, dovrebbe avere il diritto di decidere se integrarsi o meno. Qualsiasi immigrato, purché rispetti le leggi del Paese in cui vive – e su questo non si deve transigere, neanche per questioni di poco conto -, ha piena facoltà di decidere se conservare le tradizioni della sua storia, i costumi e le usanze, senza l’obbligo morale e politico di occidentalizzarsi perché “questo non è il tuo Paese”. Gli “omologatori” di professione, per rafforzare la propria tesi, usano spesso due argomentazioni:
–      Chi viene nel nostro Paese deve saperlo rispettare, altrimenti se ne torna da dove è venuto.
–      Nel suo Paese se girassi con un crocifisso al collo mi ucciderebbero (o vagheggiamenti simili).
Si noti come nella prima argomentazione si confonde il rispetto con l’omologazione. Il non occidentalizzarsi diventa una forma di ostilità nei confronti dell’occidentale, per cui mantenere i propri costumi equivale a rendersi astioso. Troppo facile pensarla così. Il “diverso” va accettato nella sua diversità. L’Occidente, invece, accetta il diverso solo nella misura in cui si omologa al proprio essere.
Nella seconda argomentazione, invece, non si tiene conto della realtà storica. L’Occidente è laico, l’Islam è religioso. Il nostro passato è il loro presente. Voglio dire: soltanto nel ‘600 la Respublica cristiana si è laicizzata, seppur gradualmente. L’Islam no. Siamo stati laicizzati dalle nostre ferocissime guerre di religione.
Quel bagno di sangue fu terribile, l’Europa ne uscì stremata e chiese la tolleranza. L’Islam, invece, non ha mai avuto guerre di religione. Insomma: per tornare alla teoria delle verità relative, quello che è per noi non è per loro. Ma noi, la cultura superiore, vogliamo essere laici e al tempo stesso cristiani devoti quando e nella misura in cui ci fa comodo.
Ma l’integrazione, come tutte le libertà, ha anch’essa dei limiti. E il suo limite, a mio modo di vedere, è la sicurezza. Sia chiaro, non la faccio una questione di usanze: il burqa è un indumento che copre interamente il volto, ma estrapolando dall’argomentazione ogni concetto che riguardi le usanze e la religione, e ogni propaganda per la donna schiavizzata  – che reputo non esserla -, ritengo che il volto coperto di una donna possa gravare sulla sicurezza collettiva. Solo in questo caso, seppur in Italia, al momento, non vi è legge che lo vieti, bandirei l’uso del burqa. Non parlo di una campagna violenta contro chi lo indossa, ma appoggerei una proposta di legge che lo rifiuti. Infatti dietro al burqa, con la scusa della tradizione, potrebbe celarsi qualsiasi criminale braccato dalla legge. Alle poste, ma comunque in qualsiasi luogo pubblico, il volto deve essere scoperto – rientrano nella casistica caschi integrali e quant’altro -.
A questo punto si dirà: chi intende delinquere (per esempio compiere una rapina) avrà modi molto meno ridicoli che infilarsi in un Burqa/Niqab. Vero. Insicurezza e criminalità vi sono e vi saranno sempre anche senza tale indumento. Tuttavia son belle parole che non spostano di un centimetro l’argomento, perché se è valida l’equazione sartoriana per cui se la libertà non dà pane, è ancor più vero che non lo dà la mancanza di libertà, allora è altrettanto vero che se la sicurezza non vi è senza burqa, è ancor più vero che l’aggiunta del burqa non aiuta la sicurezza.
Mi rendo conto che è una sorta di coercizione dell’individuo, ma in un mondo in cui sull’uomo non è possibile contare, preferisco, talune volte, la sicurezza alla libertà. Benjamin Franklin parlava bene quando diceva, chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza. Sono d’accordo, ma ovviamente bisogna analizzare di quale sicurezza e di quale libertà si parla.

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