di Salvo Taranto

Ad accomunare la “vecchia” politica a quella “nuova”, (così diverse tra loro, così lontanamente vicine), è il difficile rapporto con la stampa, accusata puntualmente – a torto o a ragione – di stravolgere il significato delle parole. A confermare il tradizionale rapporto di amore-odio tra politica e giornalismo, un matrimonio impregnato di reciproca convenienza, ci ha pensato anche il sindaco Federico Pizzarotti che, subito dopo la propria elezione, ha realizzato un video “per spiegare meglio quei concetti che […] sono stati distorti dai media”. Il primo cittadino a 5 stelle parla in quel filmato di “pressione mediatica fortissima” a Parma, e punta il dito contro i giornalisti: “molti media hanno cercato di metterci in bocca parole non nostre” e, conclude, “chiediamo di essere lasciati stare”. Dichiarazioni come queste sono state pronunciate a tonnellate nel corso della Prima Repubblica e anche nella seconda, soprattutto da un Berlusconi principe della retorica mediatica della smentita, stanco di essere continuamente “frainteso”. E’ singolare, pertanto, che chi si colloca a migliaia di anni luce dalla politica tradizionale, utilizzi le stesse pratiche e lo faccia improvvisamente, soltanto dopo aver conseguito la vittoria al ballottaggio. Come in tutte le categorie professionali, i giornalisti si dividono in servi e indipendenti, culturalmente poveri e degni di stima: etichettarli in toto come incapaci o, peggio, falsari, più che offensivo è semplicemente stupido. E lo è, a maggior ragione, a seguito di quella “pressione mediatica fortissima” che nei giorni roventi e martellanti della campagna elettorale, soprattutto tra il primo e il secondo turno, non ha di certo penalizzato un Pizzarotti conteso da cronisti di mezzo mondo ed estremamente disponibile a rilasciare interviste: forse, allora, i giornalisti non erano in fondo così malvagi.

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