Published On: Mer, Mag 2nd, 2012

L’OPINIONE – La spettacolarizzazione della politica

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di Diego Gustavo Remaggi

I tappeti rossi in piazza Garibaldi ancora non ci sono, ma flash, microfoni, penne, taccuini ed enormi parabole mobili sì. Qualcuno monta un piccolo palco vicino ai portici del Grano, qualcuno preferisce un dehòr più raccolto ed elegante, altri ancora si spostano sull’erba di piazzale della Pace o sotto la futuristica vela di vetro e acciaio che sovrasta il mercato della Ghiaia. La campagna elettorale è nel vivo per i candidati parmigiani e sta per iniziare per quelli nazionali, anche perché, se si dovesse andare al voto in autunno, si sa, è meglio mettere le mani avanti.
La “faccia solenne tipica della sinistra, quella seria che è in grado sempre di spiegare cosa pensare, la via, la luce, la probità, la verità, la giustizia, la correttezza”, come l’ha definita Alfano, non è poi forse così all’antica. Il politburo non si è visto, almeno qui a Parma, anzi, considerando che prima del comizio di Ferrero i “compagni” di Rifondazione comunista hanno pure mosso qualche passo di danza su ritmi rock americani anni ’50 viene proprio da pensare che i tempi siano inesorabilmente cambiati. Anche Bersani, arrivato in appoggio al suo amico Bernazzoli, sale sul palco come un attore navigato, il cipiglio di chi, su quei palchi, davanti a quella gente sognante e plaudente, sembra esserci nato e se ne va, come una rockstar, tra flash e telecamere, su una delle canzoni d’annata di un Bowie berlinese.
Segno dei tempi. Il fatto è che di Parma, dei suoi problemi, dei suoi conti in rosso, delle sue macerie se ne parla poco, forse perché se ne è già parlato abbastanza in passato o forse perché la capacità affabulatoria dei grandi della politica sarebbe sprecata a parlare sempre di Vignali, di Ubaldi, dell’inceneritore, dei cantieri newyorkesi in una città da meno di 200 mila abitanti. Ecco allora che Ferrero si lancia in un severo attacco contro Italo, il treno di Montezemolo; Grillo che, davanti ad una folla da Woodstock, lancia qualche frecciatina a Vendola incantando il proprio pubblico; Alfano che, attorniato da hostess e dai suoi uomini, in giacca, cravatta e occhiali da sole d’ordinanza, se la prende con lo spread definendolo, con un volo più che pindarico, “ufo semantico, meteora piovuta dallo spazio linguistico angolofono” e Di Pietro che con il suo spirito genuino si dà del “contadino”, ben lontano da Monti, il ragioniere. Ecco, non sono le bandiere rosse, azzurre, verdi o arancioni a saltare agli occhi. C’è qualcosa di diverso dietro, non un’antipolitica, forse, ma una enorme voglia di spettacolarizzare ogni cosa, regalando attimi di “sollazzo e riso”. Che sia un dehòr, che sia una piazza, o un bar, per tanti giorni è sembrato di sentire l’odore di fiori di Sanremo, qualche nota, qualche bel testo, palchi, microfoni, tv nazionali e i big che vengono a fare propaganda, un po’ per sé e un po’ per i propri pupilli, sempre alla ricerca di un consenso che va ben oltre i confini cittadini, regionali e persino nazionali (“I giornalisti europei mi chiederanno cosa mi aspetto dalle Amministrative, cosa devo raccontare?”, dice Bersani), per il futuro “sarà quel che sarà”, anche se probabilmente i 5 anni del futuro sindaco non saranno di certo così divertenti come i 5 giorni festivalieri. Dal profumo dei fiori a quello degli uffici.

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