Published On: Ven, Giu 1st, 2012

FOCUS – Perché il Pd di Parma non guarda a sinistra

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di Marcello Frigeri

I 34 mila su 140 votanti che hanno sostenuto Bernazzoli alle scorse comunali attestano che Parma o è priva di elettori di sinistra, o la coalizione che sfidava Pizzarotti non aveva credenziali di sinistra. Mettiamoci dentro anche i sintomi della crisi economica e di quella politica: mai negli ultimi 20 anni, infatti, le votazioni comunali hanno avuto una così forte valenza di carattere nazionale. Il voto al Movimento 5 Stelle non è stato contro qualcosa, ma per qualcosa (tutt’al più è stata l’astensione il vero voto di protesta), e sulla decisione di eleggere Pizzarotti a sindaco ha contribuito un ventennio di profondi cambiamenti sociali: i poveri sono sempre più poveri, il ceto medio sempre meno benestante, mentre la classe ricca ha accresciuto il suo capitale. Insomma, è ovvio ribadire che alla vittoria dei 5 stelle ha contribuito fortemente la crisi economica. Ma non è stata solo questa. Le caratteristiche della disfatta sono locali, ma il problema parte da molto lontano: dal crollo del comunismo (1991) il centrosinistra si è costantemente allontanato dal suo elettorato. Quando il Movimento 5 Stelle sostiene di vincere perché destra e sinistra non hanno più ragione d’essere, sbaglia soggetto: la crisi politica (con tutti i suoi fattori di cui al momento non intendiamo discutere), non è della destra o della sinistra in quanto tali – perché la diade esiste ancora -, ma è dei partiti che hanno perso completamente il loro essere di sinistra ed essere di destra. Contrapposto al nuovo modello politico dei ragazzi del 5 stelle (trasversale alla diade, fatto di direttismo democratico e trasparenza, finora oscuri nella Seconda Repubblica), e morto il centrodestra privo ormai del carisma berlusconiano, non vi era nessun progetto concreto che fosse realmente di sinistra: si è presentato un Pizzarotti qualunque, ma con una evoluzione del pensare politico, contro una coalizione brodaglia fatta di socialisti, comunisti, moderati e filo-finiani. Che il cambiamento portato dai grillini sia positivo o no è un altro paio di maniche – e lo valuteremo tra sei mesi -, ma il progetto, sin dall’inizio, è stato chiaro. I vertici locali del Pd, in sostanza, non hanno saputo leggere il disagio sociale nei confronti di una politica spenta, e per due motivi logora: 1) fuori da un contesto puramente di sinistra e puramente di destra; 2) sfibrata e abusata dai suoi stessi leader, incapaci di saper lasciare quando vi era la necessità storica. Incapaci, soprattutto, perché la base – in questo caso del Pd – è stata altrettanto debole nel pretendere il ricambio.
Con la umiliante (e sottolineiamo umiliante) sconfitta del pseudo centrosinistra, il Pd ha richiamato le proprie forze – seppur tardi – per il tempo dell’evoluzione. Le elezioni comunali prima, e la riunione del direttivo poi – sabato 26 e lunedì 28 –, sono state illuminanti, quantomeno per gli interessati esterni: scoprendo le carte i democratici si sono rivelati un partito senza leader, con i vertici locali deboli e inefficaci. Testimonianza di ciò è la mancata elezione di Lorenza Dodi al Consiglio Comunale: il segretario cittadino, che in quanto tale avrebbe dovuto saper convogliare nella sua persona una leadership carismatica e di traino, ha racimolato soltanto 264 votazioni, 19esima nella lista dei 32. Roberto Garbi, segretario provinciale, non si può definire un agitatore di folle, ne’ un traino per gli elettori (entrambi si sono dimessi dalla carica, dimostrando di sapersi riscattare e di accettare la loro sconfitta politica, rafforzando così il partito).
L’unica sensazione, al di qua del direttivo, è che i democratici siano ben riusciti ad amalgamare i vertici locali con quelli regionali di Bologna – talvolta lasciando che essi decidessero per Parma -, senza però esser in grado di compattarsi con la base cittadina (e in questo si evidenzia tutta la debolezza del segretario Garbi e della segretaria Dodi). Anche da questo aspetto è nata la sconfitta più grande del centrosinistra in città. Ciò che dovrà uscire dagli “stati generali” del partito nei prossimi giorni, a meno che non si voglia continuare sull’onda della crisi, è una figura carismatica e trainante in grado di unire quello che finora, vuoi per debolezze politiche e vuoi per decisioni prese dall’alto, si è riusciti a tener diviso: partito con base. Può un uomo solo assolvere un obiettivo fallito miseramente dai vecchi vertici? La sconfitta di Bernazzoli, la debacle politica di Garbi e Dodi (quest’ultima sicuramente prematura ma quasi ovvia) e l’appannamento della figura di Pagliari in questi ultimi giorni, ha conferito vigore a Nicola Dall’Olio, assieme a Massimo Iotti l’unico vincitore della tornata elettorale: già alle primarie la sua stella aveva saputo offuscare quella di Bernazzoli, vincente ma tuttavia in decadenza. Un uomo solo come Dall’Olio può sì riformare il Pd locale, riportandolo sui binari del centrosinistra, ma soltanto se alla base vi è la consapevolezza della necessità di cambiamento: senza la volontà e la determinazione dei circoli il Pd ripartirà senza sosta ancora dai suoi vertici. E la questione non è del tutto scontata: voci e non voci, ancor prima delle primarie, segnalavano il malcontento per la scelta di Bernazzoli come avversario del centrodestra. Tuttavia nulla, in concreto, è stato fatto per cambiare la questione. Ciò denota una incapacità dei giovani democratici ad imporre le proprie convinzioni.
Vi è un vuoto di potere, oggi, che il Pd registra tra i vertici emiliani e i circoli parmigiani. Ecco: se Dall’Olio saprà colmare questo vuoto, ricompattando le radici dei democratici, e convincendoli che il fallimento deriva dal logorio dei vertici e dal deragliamento sui binari del centrosinistra, allora il direttivo potrebbe chiudersi con un qualcosa che potrà definirsi nuovo (stiamo cauti con le parole). O rottamazione, per utilizzare un termine renziano.

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