Published On: Lun, Giu 4th, 2012

Gcr: sui rifiuti serve chiarezza

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Un lettore del quotidiano più letto in città ci ha chiamato in causa sul tema rifiuti. Visto che la replica stenta ad essere pubblicata, approfittiamo dell’occasione per chiarire alcuni aspetti.

Oggi c’è bisogno di trasparenza e chiarezza e non bisogna confondere ancora di più un tema di non facile approccio come quello dei rifiuti.

Una tematica di fondamentale importanza perché incide su molti aspetti della vita del nostro territorio e tocca tanti ambiti correlati tra di loro: da quello sanitario ed ambientale a quello economico.

Il progetto alternativo di gestione dei rifiuti, che prevede un trattamento a freddo senza ricorso all’incenerimento, è stato presentato da Gcr nel giugno 2010 a Comune di Parma e Provincia.

Lo stesso piano, sul quale non abbiamo ricevuto alcun cenno da parte dei due enti destinatari, è stato aggiornato nel mese di aprile secondo i recenti sviluppi tecnologici, aggiornamenti che hanno permesso un ulteriore miglioramento del piano nei suoi “numeri” fondamentali.

L’analisi è stata redatta da una equipe volontaria di ingegneri e chimici di Parma, regolarmente iscritti all’albo e sollecitati dagli stessi ordini a rendersi disponibili, è stata validata nell’ultima stesura da Enzo Favoino, un tecnico dei piani di raccolta differenziata il cui valore è ormai riconosciuto a livello europeo e che, partendo dall’esperienza della Scuola Agraria di Monza, ha ad esempio collaborato alla stesura del piano di gestione di Reggio Emilia.

Cercando di stringere in poche battute un progetto che avrebbe in realtà di bisogno di molti capitoli per essere compreso appieno, cerchiamo qui di indicare alcuni punti cardine, attorno ai quali si sviluppa l’intera visione proposta da Gcr, fatta propria dalla neonata amministrazione comunale guidata da Federico Pizzarotti.

Il primo punto riguarda l’applicazione di una forte politica di prevenzione dei rifiuti che consiste nello sviluppo di tutte quelle strategie risultate efficaci nelle altre esperienze virtuose e che risponde al primo indicatore che l’Europa pretende dagli stati membri nella strategia di gestione degli scarti.

Il secondo punto prevede una modalità di raccolta differenziata che deve diventare omogenea in tutto il territorio provinciale e strutturarsi come porta a porta spinta e l’applicazione della tariffa puntuale, che significa far pagare ai cittadini quello che smaltiscono e non quello che riciclano, premiando così i comportamenti virtuosi.

Con questi due scalini otteniamo da un 70% ad un 80% di raccolta differenziata ed in contemporanea un calo della produzione pro capite di rifiuti.

Il terzo punto riguarda la gestione della frazione residua, punto critico ma anche di svolta della strategia che guarda al riciclo totale.

Il cosiddetto indifferenziato viene prima privato dei metalli con magneti e correnti indotte e poi indirizzato ad un impianto di trattamento meccanico biologico che in sostanza è una macchina che separa la parte organica, l’umido residuo, da quella secca.

La parte organica viene “asciugata”, trasformando il cumulo in biostabilizzato, utilizzabile in massicciate o coperture di discariche e in una parte di scarto da avviare in discarica.

La parte secca viene sottoposta ad una vagliatura che attraverso sistemi ormai collaudati di selezione ottica e densimetrica recupera sia la parte cellulosica (carta) che quella plastica (plasmix), quest’ultima trasformata in sabbie sintetiche con un estrusore, trasformando il Tmb in una fabbrica di materiali e non come succede oggi in un produttore di Cdr. Anche in questo caso c’è una parte di scarto da avviare in discarica.

Sempre nell’ottica di semplificazione del processo, possiamo affermare che: fatto 100 la produzione di scarti, 80 vengono riciclati e dei 20 residui si riesce a recuperare un altro 11 per cento.

Rimane da porre in discarica il 9% del monte rifiuti iniziale.

Si tratta di 15mila tonnellate di materiale inerte, che non produce percolato ne gas serra, proprio perché è stata eliminata la parte organica.

Anche il lettore meno attento comprende che questi numeri cancellano definitivamente l’ipotesi di un inceneritore perché l’impianto di Ugozzolo produrrebbe ogni anno 39mila tonnellate di ceneri di scarto, un materiale pericoloso e difficile da gestire.

Sui punti di Salvarani brevemente. La diossina, pur ridotta dai “moderni” inceneritori, si continua a produrre ed infatti la si è trovata nel latte materno di mamme che abitano nei pressi degli impianti. La revisione in corso in Europa della direttiva fanghi 278/86 conferma il valore nutritivo (fosfati) di queste sostanze e rimanda al loro “miglioramento” del tenore di metalli per renderli sempre di più puliti.

L’Europa prevede al 2020 l’abbandono dell’incenerimento perché, tra l’altro, non ci possiamo più permettere di sprecare materie prime.

Infine il rendimento degli inceneritori è molto scarso e si attesta sul 15-20%.

Salvarani afferma che i fanghi abbiano al loro interno tassi rilevanti di metalli pesanti. La sua soluzione quindi sarebbe quella di bruciarli e trasferire questi metalli in atmosfera?

E meno male che i medici non li lascerebbero spargere sui campi…

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