Published On: Ven, Lug 6th, 2012

Gli eurobond secondo la Merkel. La crisi spiegata senza pregiudizi nazionalistici

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di Carlo D’Aprile

Da quando la crisi economica è diventata crisi sistemica dell’Euro, abbiamo sempre rivolto l’attenzione verso un solo stato: la Germania, pensata come in grado di risolvere la crisi a colpi di “bontà europeista”. Peccato che i media ci hanno abituato a vedere la Cancelliera Merkel come sintesi degli stereotipi teutonici: anti-europeisti, rigorosi, quadrati, superbi.
In realtà è necessario entrare nel merito della sua linea politica e fare un’analisi precisa dei suoi “Nein”. Partiamo dal presupposto che la colpa del fallimento del progetto euro non è di certo colpa della Merkel, né del popolo tedesco, ma delle politiche economiche sbagliate degli stati dell’UE, spesso contraddittorie fra loro, e certamente prive di una visione lunga e unitaria. La Germania può aver commesso al massimo due errori (che non sono determinanti né aggravanti la crisi attuale): una politica protezionista che ha sottovalutato gli effetti della crisi sul sistema Europa, e un’eccessiva rigidità diplomatica.
Fino al 2005 i tedeschi hanno goduto di un’economia solida, non migliore della nostra se guardiamo ad esempio alla percentuale di export; solo dopo le azioni congiunte fortemente liberiste degli ultimi due governi (Schröeder e Merkel), unitamente a un welfare solido e a un mercato del lavoro dinamico, è potuta diventare la locomotiva d’Europa. E ne abbiamo beneficiato tutti, Italia inclusa.
L’avvento della crisi mondiale ha però fatto emergere le discrepanze fra le finanze degli stati dell’UE, e lo spread è andato progressivamente aumentando, portando paesi come il nostro verso elevati tassi di interesse sul finanziamento del debito pubblico. Il che non vuol dire che la Germania abbia tutt’oggi un debito inferiore al nostro: significa semplicemente che riesce con i suoi tassi di interesse bassissimi a finanziarsi a costo zero. Questa disparità ha quindi creato l’Europa a due velocità, con paesi “virtuosi “ e non.
A queste condizioni parlare di Eurobond per i paesi virtuosi è sconveniente: queste obbligazioni del debito pubblico prevedono infatti che la solvibilità sia solidale, ossia garantita congiuntamente da tutti i paesi dell’eurozona. Con gli Eurobond i virtuosi si accollerebbero gli oneri di quelli meno virtuosi, incoraggiando comportamenti ancor meno rigorosi da parte di quei paesi che già si sono dimostrati negligenti. Inoltre si determinerebbero fenomeni inflazionistici a carico dei virtuosi, tema che ossessiona particolarmente la Germania, tormentata dai ricordi della Repubblica di Weimar.
In sintesi, quello che chiede la Cancelliera è un rigore che non significa necessariamente maggior pressione fiscale, ma politiche di quadratura del bilancio efficaci, cosa che renderebbe la nostra Europa ancor più forte agli occhi degli investitori internazionali. Mica male.
Accollare le responsabilità della riuscita dei buoni del tesoro europei a un solo stato sarebbe invece fortemente pericoloso (oltreché ingiusto).
In tale direzione una proposta efficace è la cessione delle sovranità nazionali alla Troika (BCE, FMI e UE) per il controllo delle finanze statali di tutti gli stati membri dell’eurozona, che però trova la contrarietà di molti paesi tra cui l’Italia (sull’unificazione di stati eterogenei i tedeschi hanno sicuramente qualcosa da insegnarci, mentre noi, si sa, siamo campioni nell’esasperare ciò che ci divide).
A mio avviso in questo complesso quadro economico è necessario tendere al modello tedesco e rispettare i “Nein” che ci vengono suggeriti. Il modello tedesco, fino a prova contraria, è l’unico vincente in Europa. E non può essere “viceversa”.
Se lo stato più virtuoso e trainante fosse stato il nostro, non avremmo forse richiesto delle garanzie prima di condividere il debito con paesi “parassiti”? Se fossimo stati noi la Germania, ci saremmo comportati diversamente?

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