Published On: Gio, Lug 19th, 2012

Il referendum anticasta di cui nessuno vi parla. Che cos’è? Come funziona?

di Diego Gustavo Remaggi

Sono già passati due mesi ma in pochi ancora sanno della sua esistenza. É il referendum per il taglio degli stipendi dei parlamentari, o meglio la campagna di raccolta firme per quello che è stato ribattezzato “referendum anti-casta”. A proporlo è stato Unione Popolare, un piccolo partito nato da una costola dell’Udc, di cui Maria Di Prato, ex democristiana, si sta proponendo come segretario e portavoce in tutto il paese dopo aver combattuto anche per l’abrogazione del Porcellum, poi bocciato dalla corte costituzionale.

Le firme da raccogliere, sono tante, 500mila entro agosto, ma agli inizi del mese di luglio la metà era già stata quasi raggiunta, nonostante l’insofferenza dei media a pubblicizzare e a parlare dell’iniziativa di Unione Popolare. Da qui la scelta di utilizzare consapevolmente e massicciamente i social network per recuperare quella visibilità troppo spesso negata dai media più tradizionali. “È una vergogna – si legge sul richiamo scritto circolante su Facebook -, nessuno ne parla. La stampa è ricattata dai partiti, se ne parlano: bloccano loro il finanziamento pubblico ai giornali”. L’oscurantismo mediatico dietro cui si pone l’arringa di accusa di Unione Popolare è stato parzialmente recuperato dalle oltre 120mila adesioni raggiunte grazie alla Rete e a tutti i sostenitori che hanno condiviso – e sono tanti -, lo stesso sentimento che qualcuno definirebbe “antipolitica”.

Il risparmio che si otterrebbe nel caso gli italiani riuscissero ad arrivare alle urne e ad abrogare i rimborsi spese, sarebbe di circa 50milioni di euro all’anno, una cifra non esorbitante, ben lontana dall’abbattere il debito pubblico, ma con un forte significato politico.

LA DIARIA: CHE COS’E’ E IN CHE COSA CONSISTE?

I referendum sono regolati dall’articolo 75 della Costituzione Italiana, mentre i dettagli su come deve essere attuato sono contenuti nella legge numero 325 del 1970. Per poter presentare un referendum abrogativo, come quello proposto da Unione Popolare, è necessario raccogliere in tre mesi 500 mila firme e depositarle alla corte di Cassazione. Dopo tre mesi da quando sono state raccolte, le firme non possono più essere utilizzate, possono essere depositate soltanto nel periodo dell’anno che va dal primo gennaio al 30 settembre.

L’abolizione della “diaria”, cioè l’articolo 2 della 1261 del 1965, chiede che venga destituita la legge che regola i compensi dei parlamentari. Attualmente, tale rimborso spese, ammonta a 3.503,11 euro al mese, somma che viene decurtata per ogni giorno di assenza del deputato in assemblea di voto per 206,58 euro, ma nel caso in cui il parlamentare partecipi ad almeno il 30% delle votazioni presenti nell’arco della giornata, egli è da ritenersi presente per tutto il giorno ed ha diritto al rimborso senza decurtazioni. A fare storcere il naso a molti è stato proprio l’ammontare di questa cifra, un lauto stipendio supplementare, di cui i parlamentari si servirebbero per poter vivere a Roma, nonostante che, ad incassare la cifra, ci sia anche chi di fatto vive ed ha sempre vissuto nella capitale.

Il referendum proposto, che, secondo l’iter organizzativo potrebbe essere messo in pratica non prima della primavera 2014, secondo la segretaria di Unione Popolare: “Non è né demagogico, né antipolitico, ma vuole focalizzare l’attenzione su un principio fondamentale: ovvero che chi comanda deve dare l’esempio per primo”. Abolire la legge attuativa tramite referendum creerebbe tuttavia un vuoto legislativo: i parlamentari non avrebbero più una norma che regola i loro stipendi. In altri casi simili, come per il referendum abrogativo della legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”, la Corte costituzionale ha già sentenziato che il referendum non può generare un vuoto legislativo e quindi va respinto.

I DUBBI SUL REFERENDUM

Secondo la normativa che regola l’organizzazione dei referendum, le firme raccolte fino ad oggi da Unione Popolare sarebbero non valide. Nel 2013 finirà l’attuale legislatura (cioè si andrà nuovamente alle elezioni) quindi nel corso dell’anno precedente, il 2012, non è possibile presentare una richiesta di referendum: le firme sono valide solo per tre mesi, quindi tutte quelle raccolte finora – 200 mila, secondo Di Prato -, scadranno prima del gennaio 2013, il primo mese in cui sarà possibile depositarle in Cassazione. Informata del fatto, l’organizzatrice avrebbe dichiarato che il problema non esisteva, dato che la proposta referendaria era stata presentata il 19 aprile, cioè un anno prima delle future elezioni.

Un’altro punto interrogativo sull’efficacia delle firme raccolte è il fatto che la legge non intende proibire la presentazione dei referendum nei 365 giorni precedenti lo scioglimento delle Camere, ma proprio nel corso di tutto l’anno solare precedente. A questo punto, Di Prato, alla disperata ricerca di conferme, ha deciso di incontrare la Cassazione lo scorso 10 luglio per avere un chiarimento definitivo. Il problema è che di quell’incontro non si è più saputo nulla, se non fosse che dopo un po’ di tempo la segretaria ha pubblicato un video in cui, accennando ad una presunta incostituzionalità dell’articolo 31 (della legge 352/1970), conferma la validità del referendum, specificando però, che vista la lacunosità di tale legge, “per non incappare in nessun errore”, si è presa la decisone di raccogliere le firme anche nella tornata di ottobre, per poi presentarle in Cassazione a gennaio. I quesiti con le firme che verranno poi depositati a gennaio 2013 potranno essere giudicati dalla Cassazione a partire da settembre e dalla Corte Costituzionale nel mese di gennaio del 2014. Quindi, se tutto andasse nel verso giusto, si potrebbe votare questo referendum nella primavera del 2014, un anno dopo le elezioni politiche.

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