Published On: Mer, Lug 25th, 2012

L’OPINIONE – Austerity o crescita? Thatcherismo o New Deal?

di Marco Mirabile
Com’è possibile uscire da una crisi che impone il risanamento dei conti pubblici e il rilancio dell’economia allo stesso tempo? Non è contradditorio aumentare le tasse e aspettarsi un boom economico? Il dibattito “crescita contro austerity” coinvolge anche gli Stati Uniti, dove dalle colonne di New York Times e Wall Street Journal keynesiani e hayekiani forniscono quotidianamente una lettura della nostra crisi, con relative ricette per saltarne fuori.

Tanto per chiarire, Keynes è l’economista britannico padre della macroeconomia che non ha piena fiducia nella capacità del libero mercato, motivo per cui ritiene necessario che in alcune critiche circostanze debba essere lo Stato a stimolare la domanda, con un incremento della spesa pubblica. Von Hayek, austriaco, è invece il modello ispiratore di Margaret Thatcher, avversario di Keynes e strenuo difensore delle teorie liberali.

Tutti i giorni, dalle colonne del New York Times, l’economista keynesiano Paul Krugman si scaglia contro le politiche di austerity. Per Krugman la risposta è il New Deal: spendere di più, ricorrere anche a politiche monetarie inflazioniste pur di aumentare i posti di lavoro. Anche Obama e Cameron, che suggeriscono l’unificazione fiscale ed economica dell’Ue, sono per una maggior spesa pubblica (sic) e una politica monetaria espansiva in tutta l’eurozona.

I sostenitori dell’austerity invece non si fanno sentire. E la classe politica che viene identificata con quella strategia, prima fra tutti Angela Merkel, è nell’occhio del ciclone polemico.

Ma qualcuno inizia a notare una mancanza di alternativa ai dogmi keynesiani, per lo meno nel mondo anglosassone. L’editorialista Simon Nixon, in un articolo del Wall Street Journal, scrive: “Coloro che invocano la fine dell’euro stanno abbaiando contro il nemico sbagliato, così come coloro che premono per la creazione di bond europei e di una maggior unificazione bancaria. Sono entrambe delle non-soluzioni, perché il vero problema dell’eurozona è una crisi di competitività, l’eredità di decenni di sprechi, privilegi, sistemi di welfare estremamente generosi, burocrazie inefficienti e tasse alte. La signora Merkel ha ragione quando sostiene che una soluzione-tampone, che non tenga conto di questi problemi strutturali, sarebbe un tradimento nei confronti dei contribuenti tedeschi e delle future generazioni in tutta l’eurozona. Invece di contestare la Merkel, tutti coloro che sono esterni all’eurozona dovrebbero piuttosto concentrare il fuoco contro le élite politiche degli Stati membri che continuano a bloccare le riforme”. Continua Nixon: “Mario Draghi aveva steso una lista di riforme che riteneva necessarie per far ripartire la competitività dell’Italia. Quanto di questo programma è stato realizzato? Quante regole inutili sono state cancellate? Perché l’Italia ha ancora 8000 amministrazioni locali, quando gli Stati Uniti ne hanno solo 3000?”.

Poi il giornalista si chiede se vi sia qualche nuova Margaret Thatcher all’orizzonte, in grado di trasformare una crisi in boom economico. E la sua risposta è chiara: non c’è.

Riepilogando: secondo le recenti provocazioni d’oltreoceano la crisi dei PIIGS non riguarderebbe solo la questione su quanti servizi debbano essere tagliati dal governo, ma il fatto stesso che l’intero complesso normativo (un mercato del lavoro troppo regolamentato e rigido, un sistema di prelievo fiscale bizantino che punisce gli imprenditori e che promuove il mercato nero e l’evasione) punisca chiunque si assume rischi, premiando, al contrario, la timidezza e l’inerzia. Inutile, quindi, portare avanti il sogno di una ritrovata “sovranità monetaria” se i PIIGS non fanno riforme strutturali.

In Italia il più convinto sostenitore di questa visione hayekiana è l’economista Oscar Giannino, deciso a scendere in campo con un listone liberale anti-Berlusconi, accompagnato da Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ex Pd oggi in Italia Futura, da Luigi Zingales, che insegna a Chicago e scrive sul Sole 24 Ore, ma anche da Michele Boldrin, della Washington University in St. Louis e firma del Fatto, e da Alessandro De Nicola, ultraliberista avvocato della Adam Smith Society e collaboratore recente di Repubblica. Il programma? Rigore intelligente, non tagli lineari, riforma fiscale, liberalizzazioni e, soprattutto, doppia mossa per la crescita riducendo il debito pubblico con forti privatizzazioni e restituzione delle tasse pagate ai contribuenti onesti. Qualcuno direbbe: “there is no alternative”.

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