Published On: Mar, Lug 17th, 2012

L’OPINIONE – Le beghe del Partito Democratico

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di Marco Mirabile

Mentre il nostro deprimente debito pubblico ha raggiunto i livelli record della storia repubblicana ecco tornare alla ribalta due evergreen della nostra politica: la candidatura di Berlusconi e le beghe interne al Pd. Dato che sul primo si sprecheranno più che scontati fiumi di inchiostro (ci piace parlare del Cavaliere, non possiamo farne a meno, è il supereroe sul quale i giornalisti di sinistra riversano le loro frustrazioni, mentre sarebbe più interessante un inedito distacco), sul secondo è urgente fare una riflessione. Si tratta di discutere della natura di un partito riformista che si sta candidando alla guida del Paese, e che in nome del pluralismo e dell’inclusione non ha ancora comunicato con chiarezza un progetto politico unitario. Avete idea di quale sia l’orientamento economico del Pd? Vi sono chiari i punti chiave del Pd in tema di ricerca e sviluppo? Quale modello di riforma del lavoro ci aspetta con Bersani premier? E quali progetti sui diritti civili? La discutibile scelta dalemiana di stringere un’alleanza con l’Udc sta connotando in senso cattolico e moderato un partito che fino a pochi anni fa ha rappresentato la sinistra in Italia. L’ingessata assemblea di partito dove si è consumato lo scontro sul tema delle unioni gay ha di fatto riportato a galla i malumori tra le correnti: da una parte la squadra numerosa e un po’ anzianotta di Rosy Bindi che confeziona leggine striminzite per figurare openminded, dall’altra la giovane ala liberal di Ignazio Marino che propone riforme al passo con gli altri paesi d’Europa.

Vien da chiedersi: la vocazione pluralista del Pd è una ricchezza o un limite? È certamente sano che all’interno di un partito ci siano confronti accesi (non si voglia a modello il Pdl, più vicino a una casermetta di obbedienti al comandante), ma quando le discussioni hanno superato il limite storico di praticabilità (siamo l’ultimo paese d’Europa assieme alla Grecia a non avere una legislazione sulle coppie di fatto), qualche domanda bisogna farsela. Non sarà forse che il minimo comune denominatore tra un cattolico e un laico, tra un comunista e un liberista è uguale a zero? Abbiamo proprio bisogno di questo “ma-anchismo” veltroniano? Di prudenza dalemiana? Di bigottismo binettiano? Personalmente, all’atteggiamento finto-tollerante dei democratichic preferisco la sopraggiunta chiarezza di Grillo, che per l’ennesima volta si è fatto interprete del presente senza le solite supercazzole realpolitiche, dichiarandosi a favore delle unioni gay e autoassolvendosi dalle accuse di omofobia piovutegli addosso pretestuosamente dopo quel disinvolto “busone” indirizzato a Vendola.

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