Published On: Gio, Set 20th, 2012

POLITICA – Dalla mancanza di regole alla strage di legalità

di Marco Mirabile

L’annuncio delle ambigue primarie (di partito? di coalizione? chi potrà votare?) del centro-sinistra ci ha portato dritti in campagna elettorale: per ora il dibattito politico ha incoraggiato solo riflessioni superficiali, più concentrate sulla questione “leadership” che sui contenuti, e il problema della legge elettorale continua a essere trattato con interessi di parte, a dispetto dei sonori appelli alla responsabilità da parte di Giorgio Napolitano. Sembra che il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica sia destinato a entrare nella storia d’Italia come un momento politico di grande inconcludenza: partiti e primarie senza regole, Politiche senza legge elettorale.

Il Consiglio d’Europa e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno messo nero su bianco che non si devono cambiare le leggi elettorali a meno di un anno dalla scadenza della legislatura.

È una norma semplice e fondamentale, perché incide direttamente sia sul diritto del cittadino di conoscere le regole del gioco elettorale che sui nuovi soggetti politici intenzionati a partecipare alle elezioni.

C’è poi un innegabile dato di fatto politico: tutti i partiti volevano cambiare la legge elettorale, e in quattro anni non ci sono riusciti. Veniva tirata fuori la favola “che altrimenti il Parlamento sarebbe stato delegittimato”. Come sempre più spesso accade i politici si stanno accingendo a violare le leggi basilari della democrazia, in realtà a consolidare una violazione della Costituzione e della legalità nazionale, europea e internazionale.

Ora i tempi per una riforma della legge elettorale sono scaduti. E intanto si sta evitando di approvare la legge applicativa dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti e le condizioni per avere accesso agli organi d’informazione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”). Prima della necessaria e urgente riforma elettorale era infatti indispensabile adottare questa legge applicativa. La discussione era iniziata in Commissione Affari Costituzionali dove erano state fatte proposte da parte di tutti i gruppi politici. Questa discussione si sarebbe dovuta chiudere velocemente: come regolamentare la democrazia interna ai partiti, decidere sui rimborsi elettorali, le fondazioni politiche e quindi approvare una legge capace di tagliare la testa alle oligarchie e restituire il potere agli iscritti.

Un minuto dopo si sarebbe fatta la riforma elettorale, con ampie discussioni in aula, e non in sede legislativa nel chiuso delle commissioni. Com’è andata a finire, invece?

Grazie a Donato Bruno, Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, il dibattito è andato molto avanti e quando si doveva passare alle varie approvazioni la cupola partitocratica ha bloccato tutto. Perché si è dovuto fare all’istante la controriforma del finanziamento pubblico dei partiti, posticipando di “una settimana e comunque entro la fine di luglio” l’adozione in aula del provvedimento. Cosa che oggi, dopo due mesi, non è nemmeno all’orizzonte.

Infine c’è l’annoso problema della raccolta firme per partecipare alle elezioni. Per evitare i brogli il PD aveva proposto di diminuire il numero di quelli che possono autenticare le firme, (così una legge criminogena sarebbe diventata criminale a tutto tondo). Non appena tutte le forze politiche, tranne il PD, avevano trovato proposte comuni su alcuni punti essenziali, la discussione si è interrotta ed è sparita dalla programmazione legislativa. Avanti così.

Nelle prossime settimane i politici continueranno a discutere, in Commissione, di riforme costituzionali che non saranno fatte, probabilmente di una riforma della legge elettorale che non troverà applicazione. Si eviterà di approvare leggi che riguardano la democrazia interna ai partiti, l’accesso alle elezioni e ai mezzi di informazione. Si renderà perfetto un pasticcio che, soprattutto a causa dei problemi strutturali dovuti alla durata eccessiva delle procedure giudiziarie civili, penali e amministrative, vede l’Italia mettere in pericolo il rispetto dello Stato di diritto ormai da troppi anni.

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