Published On: Gio, Set 27th, 2012

L’AFFONDO – Non leggeteci, siamo delle CAROGNE

di Diego Remaggi

A scrivere le poche righe che state per leggere è una carogna.
Una delle tante, una di quelle che sabato scorso, il primo di un autunno ancora caldo, erano assiepate dietro Grillo, tra obiettivi e microfoni. Una carogna di quelle che si portano dietro il mesto sospiro di una generazione di partiti spazzata via, una di quelle che rimangono lì, con in mano penna e taccuino, a farsi spolpare da iene ed avvoltoi, con il sorriso sulla bocca e pochi spiccioli in tasca. Una carogna di quelle che si polverizzano, attonite e impotenti, mentre giornali ed editori falliscono, chiudono, scompaiono da un giorno all’altro, silenziosamente. Eppure si rimane qui, ad aspettare che gli occhi di qualcuno si muovano a rincorrere le nostre parole, in cerca di storie, racconti, verità e soprattutto domande, tante domande, quelle a cui molti non vogliono rispondere, quelle che con insistenza cerchiamo di porre ogni giorno, prima di tutto per i lettori e poi per rispetto di ciò che rappresentiamo.

Ecco, cosa rappresentiamo? Chi rappresentiamo? Grillo lo sa? Ci portiamo addosso l’onere e l’onore di scrivere e descrivere quello che vediamo: un Vignali rassegnato e dimesso, un Pizzarotti felice ed orgoglioso, un Bernazzoli silenzioso e distante, ma anche una piazza semivuota ed un uomo con la barba che, prima di spalle e poi a muso duro, lancia feroci invettive con quel tono sicuro e vivace di chi sul palco ci ha passato la vita. Già, chissà com’è la vista lassù, dispensati dal dover portare a casa un pezzo di poche battute quando invece si vorrebbe scrivere di più, mettendoci dentro le nostre idee, la nostra passione, la nostra esperienza. Siamo in un gioco di schemi: è vero, fatto di pagine, di fogli, di lanci, in cui si passa dalla paura di non saper cosa scrivere alla paura di aver scritto o detto troppo, o troppo poco. Chissà perché, ma quando penso alle carogne italiane, a me vengono in mente “servi” come Giancarlo Siani, divorato dalla camorra a 26 anni; Ilaria Alpi, che ha lasciato il suo cuore in Somalia il 20 marzo di quasi vent’anni fa; Antonio Russo, torturato, derubato dei suoi appunti e lasciato morire in una strada polverosa di Tiblisi; a Maria Grazia Cutuli la settima figlia ad aver lasciato solo il paterno Corriere della Sera. E potrei, purtroppo, continuare per altre decine di “carogne”.

Chissà come mai, quando penso al giornalismo penso al New York Times, che sulla copertina recava scritto: “tutte le notizie che vale la pena stampare” e non ad un uomo che sostiene che ci sia un unico quotidiano libero in Italia.

Forse però è meglio sorridere, come se niente fosse accaduto, come milioni di italiani fanno ogni sera, guardando per l’ennesima volta la scenetta di Ezio Greggio che fa finta di andare via dallo studio, o guardando De Sica (figlio) che ogni Natale si barcamena, per finzione, tra mogli, amanti e amici imbranati. Ridere. D’altronde coi comici non si può fare altro: è il loro mestiere. Se alle domande non vogliono rispondere, a noi non resta che ridere: di loro e con loro.

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