Published On: Gio, Ott 11th, 2012

Corruzione, quanto ci costi.

di Marco Mirabile

Come ha detto nel dicembre del 2010 il Segretario Generale dell’ONU in occasione della giornata internazionale contro la corruzione: “il malaffare è una minaccia allo sviluppo, alla democrazia e alla stabilità, distorce i mercati, frena la crescita economica, scoraggia gli investimenti esteri, erode il servizio pubblico e la fiducia nei funzionari pubblici”. Poi rivolgendosi ai decisori di tutto il mondo ha chiesto di denunciare la corruzione e di intraprendere azioni volte a interromperla con politiche attuative, quelle ispirate alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione.

Il disinteresse dell’Italia nei confronti di questo grave problema, per colpa del quale continuiamo a rinunciare all’integrità e alla trasparenza dell’azione pubblica, risale al 1999, con la mancata ratifica della “Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione”, e con la giacenza presso la Camera dei Deputati del ddl n. 2156/10 recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.

C’è di più. Come aderente dal 2007 al “Gruppo di Stati contro la corruzione”, l’Italia nel 2009 è stata sottoposta a valutazione statistica, con un rapporto finale preoccupante: nonostante la determinata volontà della magistratura inquirente e giudicante di combatterla, la corruzione nel nostro Paese è percepita come “fenomeno consueto e diffuso, che interessa numerosi settori di attività, come l’urbanistica, lo smaltimento rifiuti, gli appalti pubblici, la sanità e la pubblica amministrazione”.

In questo rapporto sono state rivolte all’Italia ventidue raccomandazioni, suddivise tra il settore della repressione e quello della prevenzione, ed è stato intelligentemente spiegato come la lotta alla corruzione debba diventare una questione di cultura e non solo di rispetto delle leggi. Nel documento, inoltre, si raccomanda il riordino della normativa sulla corruzione anche attraverso un testo unico, e si rileva la sconcertante facilità con la quale i reati di corruzione cadono puntualmente in prescrizione.

Due anni dopo, nel 2011, in Europa si sono accorti che non è stato fatto nulla per migliorare la situazione: né l’adozione di un codice di condotta per i membri del governo, né la previsione dei conflitti d’interessi, né la protezione degli informatori, né il rafforzamento delle disposizioni di lotta contro la corruzione nel settore privato. Di qui i richiami degli organi competenti, e le sanzioni per mancata legiferazione. È assurdo: in un contesto di crisi economica internazionale (che impone, da parte di tutti i governi, un difficile equilibrio tra contenimento del debito pubblico, urgenza di contrastare la recessione e di sostenere i redditi) la lotta alla corruzione consente di liberare energie compresse, che possono aiutare lo sviluppo dei mercati e favorire l’emersione di attività economiche che giovano al sistema generale della fiscalità.

La corruzione costa all’economia dell’UE 120 miliardi di euro l’anno, ovvero l’1% del PIL dell’UE. All’Italia costa 60 miliardi di euro l’anno (l’Italia deterrebbe quindi il 50% dell’intero giro economico della corruzione in Europa). Nella classifica degli Stati percepiti più corrotti nel mondo il nostro Paese è al 69° posto su 182 paesi, e nell’UE è posizionato avanti a Grecia, Romania e Bulgaria. Nonostante ciò non abbiamo ancora ratificato le convenzioni europee, e non siamo mai intervenuti sui punti nevralgici del sistema, così come testualmente prescrivono le norme internazionali: la trasparenza della contabilità, la trasparenza dei flussi finanziari, il contrasto ai gruppi malavitosi, la prescrizione. Il risultato è che ogni anno lo Stato perde tra i costi della corruzione e l’evasione fiscale (spesso collegata alla prima) un’ingente quantità di denaro.
 La corruzione mina la fiducia degli investitori stranieri nel mercato italiano e minaccia la libertà d’impresa con mezzi inaccettabili per uno Stato di diritto. 
Il problema è anche l’elevato tasso di inutile burocrazia, che ostacola la libertà d’impresa e alimenta la corruzione, utilizzata dalle imprese e dai cittadini come strumento di semplificazione o aggiramento dei vincoli legali.

Oggi sappiamo che il sottosegretario alla presidenza del consiglio Catricalà ha proposto un vero e proprio commissario per l’anticorruzione, mentre il Parlamento, nella sua incorreggibile lentezza, sta discutendo gli emendamenti al sospirato ddl, tra forze politiche impegnate a rivoluzionare moderatamente il sistema, e forze (ahinoi) attente a infilare le solite norme “salva-qualcuno”.

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