di Marco Mirabile

Se Di Pietro ha rappresentato il voto di protesta nel decennio scorso, possiamo tranquillamente affermare che di questi tempi il testimone sia passato nelle mani di Grillo. Ed è proprio nel segno di questa continuità che Grillo ha voluto “candidare” Di Pietro come presidente della Repubblica, suscitando non pochi interrogativi.

Prima cosa vien da chiedersi se una candidatura a quella carica sia da parte di Grillo un’attestazione di stima e non un insulto, dato che negli ultimi mesi entrambi hanno detto di tutto e di più sulla prima carica dello Stato. E se Di Pietro facesse il presidente della Repubblica, come sarebbero i discorsi di fine anno?

Al di là degli attestati di reciproca stima tra i due a uso della stampa, stiamo assistendo alla ripetizione di un classico della politica: un leader ormai finito di un partito in disfacimento (mortale fu la puntata di Report) si getta, consapevole, nell’abbraccio di un astro nascente, portandogli quello che rimane dei suoi fedelissimi e dei suoi voti: non sembra esserci nulla di nuovo, è un film già visto e stravisto fin dai tempi d’oro della Democrazia Cristiana. Se al cittadino, come direbbe Di Pietro, si insegna che per essere bravi amministratori della cosa pubblica basta essere onesti e rispettosi della legalità, e che le competenze, le capacità, le strategie per realizzare i programmi, insomma “la politica” vengono dopo e debbono quasi scusarsi di esistere, allora bisogna anche essere preparati al fatto che può arrivare da un momento all’altro il famoso “puro” pronto ad “epurare”. A chiunque non sia del tutto preso dalla frenesia antipolitica, però, risulta chiaro che, al contrario, onestà e legalità, quando non vengono usate come una clava sul groppone degli avversari, ma vengono considerate premessa indispensabile della vita di un Paese democratico, possono (e dovrebbero) essere condizione necessaria per affrontare i compiti di governo, ma non sono e non possono essere sufficienti, da sole, a garantire che tali compiti vengano svolti nel migliore dei modi. Se per Di Pietro e Grillo vale la regola che “a mali estremi si applicano estremi rimedi”, ricordiamo quanto diceva Croce, ossia che “il politico onesto è il politico capace”.

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