Published On: Mer, Dic 5th, 2012

Effetto primarie: il Pd ora non può dividersi

di Salvo Taranto

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L’ultimo sondaggio EMG commissionato dal Tg la7 attribuisce al Partito Democratico il 34,6% dei consensi: soltanto una settimana fa la percentuale era inferiore di 4 punti. Indubbiamente è questo il risultato più eclatante partorito dalle primarie del centrosinistra insieme al vasto numero di elettori che, in tempi scossi dal vento dell’antipolitica, si sono recati alle urne per delineare il candidato alla presidenza del Consiglio.

L’effetto primarie è stato dunque trascinante e avrebbe premiato soprattutto il Pd (Sel è infatti ancorata al 6%), erodendo anche le preferenze accordate al Movimento 5 Stelle: la creatura di Grillo, sempre secondo il sondaggio, avrebbe perso un punto percentuale rispetto a quanto rilevato il 26 novembre, collocandosi invece al 16,3% (sarebbe in ogni caso il secondo partito italiano). Non è un caso se il comico genovese, che finge di non capire la politica, abbia lanciato le “parlamentarie” dopo aver inizialmente denigrato la natura delle primarie: la strategia non stava affatto pagando.

La sfida interna al centrosinistra, davvero aspra e, soprattutto a ridosso del ballottaggio, senza esclusione di colpi, è stata al momento premiata: la netta e trasparente contrapposizione tra due idee diverse di sinistra, quella socialdemocratica di Bersani e quella liberal all’americana di Renzi, ha consentito al Pd di raggiungere il massimo storico di gradimento tra gli elettori. Una di quelle due differenti – ma non obbligatoriamente inconciliabili – visioni è uscita vittoriosa grazie al responso delle urne che, con il 61,5% dei voti, ha consegnato al segretario Bersani l’investitura ufficiale. Ma l’altra, quella incarnata dal rottamatore Renzi, ne è uscita tutt’altro che sconfitta e ridimensionata.

Certo, l’ambizioso sindaco di Firenze non puntava alla vittoria morale o alla battaglia di rappresentanza, e sperava nel successo finale: l’avrebbe forse ottenuto qualora le regole del voto fossero state meno rigide (ma pretendere di cambiarle in corsa o forzarle non è stato molto di sinistra) o se nell’ultima settimana non avesse contribuito ad avvelenare il clima rischiando – in buona compagnia – di distruggere lo spirito delle primarie. Ma quel 38,5% strappato a dispetto dell’apparato, di quella vecchia classe dirigente del partito che l’ha sempre osteggiato, rappresenta un dato che Bersani non può sicuramente trascurare. Vuoi perché senza Renzi questa “festa della democrazia” avrebbe avuto difficilmente lo stesso successo e impatto mediatico, vuoi perché il rottamatore è il grimaldello ideale attraverso il quale incunearsi tra gli elettori delusi dal centrodestra ed allargare i confini della coalizione progressista. Perché, al di là delle facili battute sull’incapacità di Renzi di dire qualcosa di sinistra, è semplicemente sciocco reputare quasi immorale il fatto che migliaia di cittadini tradizionalmente di destra e di centro abbiano per la prima volta, proprio grazie a lui, mostrato interesse verso ciò che avveniva in un altrove politico. Piacere alla controparte politica a tal punto da attrarre consensi non dovrebbe essere un’imputazione ma un’indubbia qualità: sempre che, ovviamente, il centrosinistra abbia intenzione di vincere le prossime consultazioni nazionali.

Detto questo, qualora il sindaco di Firenze si spendesse attivamente durante l’imminente campagna elettorale al fianco di Bersani, il Pd per governare potrebbe non avere più bisogno di affidare ai centristi (ormai Casini è ridotto ad un satellite che ruota intorno a Monti e Montezemolo) il compito di attirare le preferenze degli ex berlusconiani: nessun subappalto, insomma. Bersani, che non è un politico di primo pelo e che ha quindi l’esperienza dalla propria parte, ne è cosciente e per questa ragione darà una tinteggiatura alle pareti del partito. Non sarà la rottamazione dura e pura, non sarà neppure quello svecchiamento irruente che i renziani avrebbero preteso in caso di vittoria, ma si aprirà comunque una nuova pagina nella storia dei democratici. Accadrà perché, in caso contrario, il Pd dilapiderebbe quell’eredità consegnatagli dalle primarie. E di sconti, ad un Berlusconi che potrebbe prodursi nell’ennesimo ritorno, il centrosinistra ne ha già fatti parecchi. Troppi.

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