Published On: Mar, Dic 18th, 2012

L’europeismo non è dove sembra

di Marco Mirabile

A proposito di imminenti elezioni Politiche, vorrei offrire al lettore un’interessante definizione tratta da Wikipedia, quella di europeismo, cioè “l’atteggiamento di chi favorisce una politica di integrazione nell’Unione europea e sostiene livelli di unità sovranazionale. Gli europeisti credono che l’unità politica dell’Europa possa garantire la pace fra i popoli europei e favorire una crescita in diversi settori, economico, culturale, politico, sociale, scientifico, diplomatico, militare, soprattutto nello scenario attuale in cui Stati Uniti d’America e Cina si impongono come prime potenze mondiali, e l’Europa si porrebbe come potenza di bilanciamento nell’assetto mondiale”. L’aspetto più nobile dell’europeismo riguarda i suoi obiettivi, come: garantire la pace, la prosperità e la sicurezza, favorire un equilibrato sviluppo economico e sociale, salvaguardare le nostre diversità in risposta alla globalizzazione, sostenere i valori che condividiamo, quali la difesa dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile, e soprattutto il rispetto dei diritti umani.

Se riflettiamo sull’effettivo europeismo della politica nostrana, la prima cosa che notiamo è che i recenti governi (quelli a guida Berlusconi) si sono caratterizzati con posizioni di netta rottura rispetto al tradizionale europeismo italiano: mentre gli anni Novanta rappresentano il decennio dell’autentica e fattiva costruzione europea, dominato dall’asse delle sinistre Prodi, Schroeder, Blair, Mitterand, nel decennio successivo sono state molte le decisioni e gli episodi che hanno prodotto un’inversione di rotta, forse imputabile al nazionalismo di Premier come, appunto, Berlusconi, ma anche Merkel e Sarkozy. E in che modo i leader “popolari” hanno tradito il sogno della costruzione europea? Prima di tutto con la gestione disattenta del passaggio all’Euro, e il dichiarato euroscetticismo dei membri dei governi. Ricordiamo in Italia l’episodio delle dimissioni del ministro degli esteri Renato Ruggiero (stimatissimo a Strasburgo e Bruxelles), per incompatibilità della sua politica europeista con il localismo della Lega (che vuole il ritorno alla lira), e al conseguente “interim” degli esteri a Berlusconi, per la bellezza di undici mesi.

Negli anni la destra italiana ha totalmente ignorato l’applicazione delle politiche dell’UE: molte direttive non attuate, il più alto numero di procedimenti d’infrazione da parte di organismi comunitari, l’applicazione della “finanza creativa” alla stesura del bilancio dello Stato per aggirare le condizioni di Maastricht, l’opposizione ai programmi europei di lotta alla criminalità (dal mandato d’arresto europeo all’istituzione di uffici come l’Olaf e l’Eurojust), fino all’approvazione di leggi (come quella sul falso in bilancio) in netta controtendenza rispetto agli indirizzi comunitari.

Abbandonato il ruolo di sostenitori dell’integrazione europea, i cattolici popolari guidati da Berlusconi hanno scaricato a più riprese sulle conseguenze dell’allargamento e dell’introduzione della moneta unica la colpa della crisi economica interna. C’è di più: l’azione dei governi azzurri sono stati particolarmente anti-federalisti, come nei lavori della Convenzione europea e nelle discussioni sulla revisione del Patto di stabilità.

La stesura della Costituzione rappresentava infatti un’occasione straordinaria per far compiere all’Unione quel salto federale e sovranazionale senza il quale siamo condannati all’impotenza e alla marginalità. Negli ultimi anni il nostro Paese ha osteggiato le proposte più ambiziose emerse in seno alla Convenzione, ad esempio finendo per accettare tutti i paletti posti dalla Gran Bretagna contro un rafforzamento delle istituzioni europee; nello specifico cancellando la prospettiva federale nell’articolo 1 della Costituzione; battendosi con decisione contro l’inserimento del diritto alla pace e del ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (sempre nell’articolo 1, e proprio quando, non a caso, negli stessi mesi Berlusconi e i suoi ministri appoggiavano la guerra di Bush in Iraq, arrivando a vantare come un successo la rottura della solidarietà europea).

Il Pdl e i moderati non hanno mai avuto una grande considerazione dell’Unione Europea, Berlusconi ha addirittura dileggiato le sue istituzioni, ree di porre un argine ai suoi comportamenti sovversivi. Detto questo, non possiamo che restituire al mittente le improbabili dichiarazioni di europeismo, e affermare che Berlusconi e i cosiddetti “moderati” rappresentano, in modo netto e inequivocabile, almeno per ora, un ostacolo alla costruzione dell’Europa. Con quale coraggio oggi i Popolari, italiani o europei che siano, si propongono come abili amministratori del nostro vecchio Continente?

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