di Capo Petrone

Prendo come base di partenza un fatto di grande attualità, apparso su tutti i media e recentemente affrontato anche in un film di Bellocchio (La bella addormentata), per fare alcune riflessioni, soprattutto per cercare una via di chiarezza: il caso di Eluana Englaro.

Come sappiamo,  l’improvvisa morte ha tolto alle Istituzioni ad ogni livello, alla politica, ai mezzi d’informazione e anche alla scienza umana la possibilità di continuare il loro triste, a volte vergognoso spettacolo. Anche se la diatriba non è ancora finita, l’opinione pubblica italiana si è divisa in due correnti di pensiero. C’è chi proclama la assoluta sacralità della vita, comunque essa venga vissuta, anche in stato di coma irreversibile, in condizione “vegetativa”. Questa corrente è sostenuta dalla Chiesa cattolica e anche da molta parte della popolazione che segue i suoi insegnamenti. Inoltre, poiché nella nostra società nulla sembra motivante se non viene buttato in politica, ecco farsi vivi anche gruppi di persone che scelgono, per ideologia partitica, o per mera scelta di contrapposizione, la corrente di pensiero “pro-vita”.

L’altra corrente di pensiero, segue una strada più laica,  più “meccanicistica” (se mi si passa questo termine), che ritiene giusto portare a una “dolce” morte un individuo che per la scienza umana, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, non abbia più la possibilità di sopravvivere nelle sue condizioni di coma irreversibile. Questa corrente di pensiero è stata fatta propria anche da una sentenza esecutiva della magistratura, nel caso di Eluana Englaro, che si è espressa nel senso di sospendere la somministrazione di sostanze chimiche a chi, anche per molti anni, viene mantenuto artificialmente in vita vegetativa, ma pur sempre in una forma di vita.

Ora passiamo alle riflessioni, che mi sembra non siano state finora prese in seria considerazione, cominciando col porre delle domande alla Chiesa e, a seguire, a tutti i fautori del mantenimento artificiale in vita di un individuo in coma vegetativo irreversibile: visto che la realtà “completa” dell’individuo umano è composta da un corpo (che decade e poi si spegne), ma anche da un’anima immortale, che la accompagna per tutta la vita, e che quest’anima immortale proviene da un “mondo celeste”, dove andrà a ricollocarsi dopo la morte del corpo umano, veramente potete pensare che tutta la scienza umana, che tutta la nostra tecnologia medica possa influire sul destino di Eluana, se è stato deciso, in altra “sede superiore”, non umana, ma divina, che essa abbia a seguire un percorso diverso, a noi misterioso, di vita e anche di morte?

E se l’anima, con tutte le sue divine prerogative decisionali, certamente superiori a quelle umane, non volesse abbandonare il corpo di un individuo in coma vegetativo irreversibile? Se ci fossero dei motivi misteriosi, per noi inconoscibili a livello umano, per lasciarlo ancora nel suo stato clinico attuale?

Con queste ipotesi, non credo di avere deviato dai concetti professati dalla nostra religione, a meno che la Chiesa non releghi il concetto di “anima” a qualcosa di talmente astratto, non pertinente alla vita dell’individuo umano; il che però mi suonerebbe come una bestemmia, dopo tutta l’importanza che la Chiesa attribuisce a questa nostra parte spirituale che chiamiamo anima.

Se mi ritenessi un sincero credente, penserei che, a meno che non venga applicata per legge, o comunque per volontà umana, la decisionedi spegnere una vita, (e in questo caso si tratterebbe comunque di una forma di eutanasia, anche se ritenuta accettabile, con l’alibi della legalità), ogni individuo in queste condizioni deve essere aiutato a vivere, nel modo migliore possibile, perché se questa non fosse la volontà della sua “parte spirituale”, della sua anima, questa persona sarebbe già morta. Quello di “essere aiutato a morire”, evidentemente, non era il suo percorso e una ragione superiore deve pur esserci. Quindi lasciamola in mani molto più forti delle nostre, facendo il nostro dovere, con tutta la nostra pochezza di esseri umani che, invero con poca umiltà, pretendiamo di interferire in cose che la nostra mente non è in grado ancora di conoscere, come il miracolo della vita e quello della morte.

Alla corrente laica, forse, non sfiora la mente che provocare, con qualsiasi metodo, la morte di una persona è una decisione che spetta al solo individuo direttamente interessato, coscientemente applicando il suo libero arbitrio; non spetta a un tribunale, non a un medico, nemmeno ai genitori. Questi hanno certamente bisogno del massimo rispetto, comprensione e solidarietà e dopo tanti anni di calvario, hanno anche il diritto che le Istituzioni si prendano carico del problema personale, morale ed economico della famiglia, ospitando questa “vita particolare”, altrettanto sacra della nostra, in un istituto pubblico adeguato, a spese della comunità; perché no, in attesa che si riprenda, magari con quello che la Chiesa e i credenti, poi definiranno un “miracolo”.

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