La recensione di Alessandro Costantino

“Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura, e la via della grazia, sta a te scegliere quale delle due”.
È un film onirico “ L’Albero della vita”  di Terrence Malick (Usa 2011) e fatto a più registri, la natura e l’ambiente circostante fanno da sfondo ad un dramma famigliare, al fallimento educativo  e alla contrapposizione appunto tra i due modi di essere e di esistere,di una famiglia texana  negli anni cinquanta,per il suicidio del proprio figlio. La  storia verte su un padre odioso, insopportabile e brutale, che impone ai figli di chiamarlo Sir , una madre che è invece amorevole,  affettuosa, la grazia dell’amore e dei sentimenti, un fratello maggiore con un forte complesso di Edipo, che odia il più piccolo. L’incipit ne dà una chiave di lettura chiara.
Le scene sono molto forti all’inizio: si fa riferimento alla creazione del mondo, forse per ricordare da dove veniamo, cioè il caos, ed è spesso caotico il modo di esserci al mondo, la scelta della natura e quindi quella più irruenta, piena di codici primigeni che appartengono all‘educazione paterna, rigore senza affetto, regole senza nessuna eccezione, solo obbedienza e null’altro. La gestualità, il silenzio della madre appartiene al registro educativo della grazia, come colei che capisce e accoglie, come colei che si mette al servizio di una famiglia, la sua, ma che è forse quella universale.
C è un po’ troppa filosofia, in questo film, carico di molti silenzi sono le immagini a predominare, dialoghi quasi sussurrati, e non ultima una saturazione musicale, il mistero della morte che mette a tacere tutti, tenendo in pugno ognuno di noi, perché ognuno di noi ha con lei un conto in sospeso.
Moltissime sono le sfaccettature metafisiche, dell’aldilà, della nascita  in contrapposizione alla morte, dell’infanzia, all’adolescenza, sono tangibili microcosmi e macrocosmi in questo bellissimo film, forse perché è la dualità della vita, la storia di una famiglia cioè ciò che è piccolo in noi si trasforma in grande, perché esternando la propria storia si esterna la storia dell’universo, lo schema all’interno di questa famiglia diventa universale.
C’è musica forte e dialoghi sussurrati in questo film, perché la natura è irruente e la grazia delicata.
La mamma è forse l’anello di unione tra le due filosofie,un anello fondamentale  e di grazia come sanno essere le donne, sembra fragile, ma non lo è, sembra trasparente, senza spessore eppure è la parte essenziale di questo film.
È anche vero che  se uno non prende in mano le sue cose, la sua vita passa in un lampo, quel lasso di tempo che ci serve per poter scegliere tra natura o grazia, io scelgo la grazia, la natura compare già nostro malgrado. Nella dicotomia natura-grazia da bruti a uomini pieni di sentimento, ecco come si può anche leggere questo film uno dei pochi film girati da Malick.

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