Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: in questo articolo non voglio certo fare l’avvocato delle cause perse e difendere d’ufficio un essere umano non dotato di alcuna moralità come il signor Fabrizio Corona, ma solamente prendere spunto dalla vicenda giudiziaria-tormentone che lo riguarda e che mai come in questi giorni è stata sotto la luce dei riflettori. Questo per fare qualche riflessione inerente al dispendio di forze messe in campo per assicurarlo alla giustizia. Criminalmente parlando, il signor Corona ha un curriculum di tutto rispetto: evasione fiscale, bancarotta fraudolenta, tentata estorsione, corruzione, spaccio di banconote false, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. L’ultima condanna in ordine di tempo è proprio quella per estorsione, per la quale gli sono stati comminati 5 anni di reclusione. Lievitati a 7 anni, 10 mesi e spiccioli in seguito alla sua fuga, conclusasi in Portogallo, quando era braccato dalle forze dell’ordine locali e dall’Interpol.

Per fare un po’ di populismo, definirei l’ex re dei paparazzi come la tipica persona che andrebbe sbattuta in gattabuia per poi gettarne le chiavi. Eppure mi è balzata agli occhi l’entità notevole dello sforzo per assicurarlo alla giustizia e la pena inflittagli rispetto a quello che vedo per altre tipologie di crimini e criminali.

Badate bene: non dico che gli hanno dato troppi anni di galera o che si sono “impegnati troppo” per stanarlo. Anzi. Ben venga che questo tizio sia dietro le sbarre. Credo che la sua condanna abbia anche un qualcosa di esemplare: qui parliamo di uno sbruffone che si è sempre fatto beffe della legge e che ha fatto anche numerosi proseliti. Ci sono gruppi Facebook in cui gente disperata ed incarognita ne chiede la liberazione. L’Italia è troppo spesso il Paese dei furbi, ed un furbetto simile non era giusto che la facesse franca. Altrimenti saremmo proprio all’ammazzacaffé (ahimé, temo che alla frutta ci siamo già da un pezzo).

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Eppure, non riesco a togliermi questo senso di amaro in bocca. Ho un tarlo, probabilmente immotivato, irrazionale, paranoico, però c’è: non sarà mica che tanti sforzi sono stati profusi proprio perché qui si tratta di un personaggio pubblico e che fa notizia pure se si smutanda in vacanza, figuriamoci se se la squaglia in seguito ad una condanna?

Nei giorni in cui le polizie di mezza Europa cercavano Corona, una giovane bergamasca veniva stuprata. Al suo aggressore venivano immediatamente concessi gli arresti domiciliari. Piena facoltà del procuratore farlo, il nostro ordinamento prevede che si possa scegliere di concederli in attesa della sentenza. A questo punto vi starete chiedendo il perché di questo volo pindarico. Beh, perché reputo profondamente ingiusto che un soggetto che si macchia di un orrendo crimine contro la persona, e non contro il patrimonio (come invece è l’estorsione), se ne possa stare calmo, tranquillo ed al calduccio a casa sua. È vero, anche Corona ha continuato a farsi bellamente i fattacci suoi durante lo svolgimento del processo, continuando le sue buffonate a beneficio dei suoi fans e potendo contare sull’affidamento in prova ai servizi sociali, ma qui, per l’appunto, stiamo parlando di tipologie delittuose differenti. Inoltre, ci sono prove schiaccianti che inchiodano lo stupratore di Bergamo, quindi non si può neppure tirare in causa il giusto diritto di un imputato ad essere considerato innocente fino a prova contraria: qui è solo questione di tempi, dei lunghissimi tempi burocratici, affinché l’iter giudiziario si concluda e il colpevole venga messo in galera (ammesso e non concesso che ci vada davvero).

Ma c’è un’altra ragione ancora che mi ha portata a fare questo parallelismo sulla carta assurdo: le dichiarazioni di quel procuratore che ha concesso i domiciliari al violentatore di Bergamo.

«Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera le donne non uscissero da sole». Una frase del genere, a me, suona come una resa. Una resa delle istituzioni. Un Paese che non può garantire un minimo di sicurezza ad una donna che esce di notte, da sola, per lavoro o per svago, non può essere considerato un Paese all’avanguardia, un Paese vivibile, un Paese democratico.

Il procuratore, in seguito, ha rincarato la dose, affermando che lo Stato non può garantire sorveglianza 24 ore su 24. Non ci sono i mezzi economici per farlo. Dunque (aggiungo io) sta al cittadino difendersi da solo, nella fattispecie autolimitandosi nella sua libertà individuale? Ecco, io vorrei che l’incarognimento che c’è stato per la vicenda Corona ci fosse anche per tutti questi altri casi. Vorrei che questi bastardi vigliacchi che aggrediscono donne sole o altre persone in situazione di svantaggio fisico venissero braccati come lo è stato quel minchione di Corona. Vorrei che sentissero il fiato sul collo, per poi arrendersi, come se lo è sentito lui. Li voglio in lacrime come lui al momento dell’arresto, e non comodamente a casa propria o di chi li ospita.

E vorrei anche che, quando vengono riconosciuti colpevoli, se li facessero un po’ di anni di galera.

Ci sono stupratori che, pur condannati, non si sono fatti che pochissimi giorni di carcere, se non addirittura nessuno, godendo del fatto di essere incensurati, degli sconti di pena e dell’indulto. Non mi dispiacerebbe, affatto, che si innalzassero le pene detentive per i colpevoli, ma ancora di più mi piacerebbe che la pena comminata a tali criminali fosse effettiva, scontata dal primo all’ultimo giorno.

Perché forse la ragazza di Bergamo o le tante vittime di stupro non godranno di fama e di gruppi di sostegno su Facebook, ma meritano la stessa attenzione di chi, sotto la luce dei riflettori, c’è, come i famosissimi calciatori vittime di Corona.

Si meritano che lo Stato mostri il pugno di ferro anche per difendere loro, e non solo le vittime (note) dei soliti noti.

                   (Cristina Pomponi, criminologa)

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