di Salvo Taranto

terremoto

Si è parlato di terremoto politico-giudiziario per definire gli avvenimenti che, in questi giorni, hanno sconvolto Parma. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo adesso è, invece, l’aggiornamento della conta dei danni. Il vero terremoto è quello che negli ultimi anni ha attraversato la città lentamente, quasi in silenzio se non addirittura con un consenso placido e diffuso tra industriali, banchieri, media e fasce trasversali di cittadinanza: non esiste sistema senza apparati di difesa. E quel che si è dapprima sfaldato e poi crollato sotto i colpi delle indagini della magistratura era un sistema, un virus che ha contagiato molti cani da guardia del potere finendo per colpire tutti senza distinzione, dall’operaio al commerciante, dal giovane precario all’anziano imprenditore.

Gli arresti – pur nella consapevolezza che in una società democratica la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva sia un principio assoluto – rappresentano le macerie di una pessima politica che ha svenduto il futuro per pagare elettoralmente il presente. Una politica faraonica che, supportata da una struttura comunicativa paragonabile ad una macchina da guerra ben pettinata e sorridente, è nata e cresciuta preferendo l’immagine al contenuto, rincorrendo sogni di cartapesta e addomesticando la realtà secondo i propri voraci egoismi. Certo, c’è chi ha protestato o sollevato dubbi, chi ha politicamente combattuto ciò che stava avvenendo, ma nel farlo si è ritrovato spesso circondato dalla terra bruciata, dalle pernacchie o dall’indifferenza. La maggioranza dei cittadini di Parma aveva creduto praticamente fino all’ultimo a quella politica degli annunci mascherata da politica del fare, distratta da luccicanti inaugurazioni e bombardamenti mediatici: gli stessi indignados, che hanno in più occasioni presidiato i Portici del Grano, erano consapevoli del fatto che lo sdegno non fosse un sentimento così radicato nella popolazione. L’allora opposizione politica ha alzato la voce e creato qualche crepa nel fortino inespugnabile del sistema, ma non è riuscita a sconfiggerlo al momento del voto.

Ora si assiste allo spettacolo, francamente pietoso, degli ex amici dei potenti caduti in disgrazia che, in fretta e furia, si travestono da paladini della Verità: i megafoni vivono, dopo gli arresti, di voce propria e tuonano contro le nefandezze del passato. Chissà se, in questa città divisa dal tema dell’inceneritore, saranno capaci di riciclarsi senza pagare dazio, di mandare in fumo ogni pudore servendosi dell’arma della memoria corta. Alla giustizia, con i propri tempi, spetterà il compito di verificare le responsabilità e giudicare. Ma, qualsiasi sia l’esito di questa inchiesta, Parma non dovrà soltanto compilare il bilancio dei danni, ma anche interrogarsi su come sia stato possibile vivere nel miraggio della grandezza, nell’ubriacatura delle illusioni: sul perché, insomma, abbia riposto fiducia in chi ha concesso come lascito lo sfascio dei conti e della moralità.

La speranza è che questo terremoto, così come i grandi popoli sanno fare dopo ogni sciagura, sia in grado di far germogliare una rinascita civile. Una città come Parma, meravigliosa e ricca di storia e solidarietà sociale, non meritava questo tradimento. Non meritava di finire in pasto a televisioni e giornali nazionali come ennesimo emblema di una politica che è soltanto soddisfacimento degli interessi e degli appetiti personali. Non meritava di consegnarsi docilmente a chi l’ha violentata con il cemento o l’ha trasformata in una cavia per esperimenti finanziari. Eppure tutto questo è successo e bisogna ripartire dalle macerie, disintossicarsi dalla sbornia e tentare di salvare un futuro che oggi sembra compromesso. Per farlo davvero è necessario però che Parma non si limiti a passare un panno sulla propria coscienza o a nascondere la polvere dei peccati sotto i tappeti: ogni male richiede sofferenza per trasformarsi in redenzione. Questa è un’operazione che non compete ai giudici e che non può essere svolta nelle aule dei tribunali.

Bisogna identificare non soltanto i colpevoli, ma anche i complici, i lacchè e gli indifferenti. Le auto-assoluzioni generose e indolori, il fingere che sia stata solamente la politica a causare il sisma, non servono a nulla. Ciò che invece serve è il coraggio, ma mostrarlo implica forse più sforzi e sacrifici di quelli richiesti dal risanamento della voragine dei conti. Parma eredita un incubo costellato da infrastrutture e debiti, un cimitero di croci inutili e cantieri aperti. C’è tuttavia un’altra eredità che occorre prendere in considerazione per evitare che sia stato tutto davvero inutile: quella che da oggi, con il proprio impegno volto alla ricerca della verità e alla ricostruzione, ciascuno di noi lascerà a chi verrà dopo. Quel futuro che è stato finora calpestato chiama, in definitiva, qualunque cittadino di Parma a meritare di essere parmigiano.

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