Published On: Gio, Feb 28th, 2013

Il crollo del mito: il caso Pistorius

di Cristina Pomponi

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Nelle ultime settimane è davvero difficile trarre spunto dai casi di cronaca per scrivere articoli sulla sicurezza e la criminologia. Il mondo sembra essersi fermato di fronte alle improvvise dimissioni del Papa, ed ancora in attesa dei risultati delle urne italiane – che arriveranno entro poche ore, quando avrò già consegnato questo pezzo.

L’unico, eclatante e “rumoroso” episodio credo sia quello del clamoroso arresto di Oscar Pistorius per l’omicidio della bellissima fidanzata Reeva Steenkamp. Uno strano caso, quello del celeberrimo atleta sudafricano, sotto tutti i punti di vista.

Fino al 14 febbraio, giorno successivo all’omicidio, Pistorius era considerato poco meno di un dio dalla stampa, e non mi riferisco solo a quella sportiva. Blade Runner, questo il suo soprannome più celebre, è nato con una grave malformazione alle gambe, che costrinse i medici ad amputargliele entrambe quando non aveva neppure un anno.

Eppure questo non lo ha mai fermato: ha sempre praticato sport, tra cui rugby e pallanuoto, per poi dedicarsi all’atletica leggera in seguito ad un infortunio. Poi, i successi: le numerose medaglie alle Paraolimpiadi, ai Campionati Africani, ed in seguito la partecipazione alle Olimpiadi di Londra 2012 coi “normodotati”, obiettivo per il quale aveva tanto lottato.

Pistorius sembrava il classico, per quanto raro, esempio dell’uomo che può vincere ogni limite, persino i terribili limiti fisici, con la forza d’animo, la tenacia, l’abnegazione. Una vera e propria favola, quella del bell’Oscar, terminata nella notte tra il 13 e il 14 febbraio scorsi. E nel modo più tragico: con quattro colpi di pistola che hanno portato via per sempre la giovane vita della fidanzata Reeva.

Da allora, la mia impressione è stata che la stampa internazionale abbia radicalmente cambiato tono e scoperto all’improvviso il lato oscuro di Pistorius. Che da mito dedito allo sport e al volontariato è stato improvvisamente dipinto, con un repentino voltafaccia, come un maschilista violento, preda di folli attacchi di gelosia e con una preoccupante dimestichezza con le armi.

Sono spuntate testimonianze di vicini di casa che avrebbero udito, nei mesi precedenti al delitto, delle urla attestanti pregresse violenze domestiche, sebbene le stesse persone abbiano poi dichiarato di non poter garantire che quelle grida venissero proprio dalla casa di Pistorius. Sono inoltre emersi i racconti circa i deliri di gelosia dell’atleta, che non sopportava che Reeva avesse ancora rapporti personali con un suo ex fidanzato e con un collega di reality show. Peraltro una delle ipotesi circa il movente è ricollegata proprio ad un sms inviato dall’ex di Reeva la sera del delitto. Addirittura, solo lo scorso mese Pistorius avrebbe sparato un colpo dalla pistola di un suo amico mentre si trovavano a cena in un ristorante, e pur non avendo alcun motivo per impugnare l’arma; episodio che sarebbe stato messo a tacere dalla stampa stessa. Infine, l’ombra del doping: gli steroidi trovati in casa del sudafricano (notizia che peraltro è stato successivamente smentita), che oltre ad alterare le prestazioni fisiche hanno anche effetti devastanti sulla psiche.

È davvero difficile farsi un’idea di come siano andate le cose quella notte, nonostante siano passate quasi due settimane. Pistorius afferma di aver sparato perché credeva si trattasse di un ladro. A perorare questa versione, i tweet di Reeva che, nelle ore precedenti, aveva affermato di voler fare una sorpresa al suo uomo per San Valentino. Una parte di me non reputa poi tanto assurda questa versione: non è affatto un’ipotesi remota che Pistorius sia stato colto dal terrore di fronte alla prospettiva di avere un ladro in casa. Dobbiamo infatti considerare che il tasso di criminalità in Sudafrica è incredibilmente maggiore rispetto all’Italia. Non è un caso che venga considerata la capitale mondiale di stupri, rapine ed omicidi. I reati contro la proprietà si trasformano quasi con matematica certezza anche in reati contro la persona, dato il tasso di recrudescenza che li caratterizza. Avere un’arma in casa, in Sudafrica, è la normalità. Così com’è normalità usarla quando si è vittime di un crimine. È difficile da comprendere per noi italiani, ma è così.

Quello che non mi convince, piuttosto, è la precisione con cui Pistorius è andato a segno: quattro colpi su quattro. Eppure sostiene di aver sparato al buio, tanto da non aver riconosciuto la sua fidanzata. E poi c’è il mistero della mazza da baseball insanguinata ritrovata sulla scena del crimine: la povera Reeva aveva ferite alla testa compatibili con l’azione di un corpo contundente. C’è chi invece sostiene che sia stata la stessa Reeva ad utilizzarla, nel disperato tentativo di difendersi. Ed ancora: pare che il corpo della modella pare sia stato ritrovato in un angolo del bagno, cosa che farebbe pensare ad un disperato tentativo di sottrarsi all’ira del suo fidanzato. Chiaramente le certezze circa queste indiscrezioni arriveranno solo con l’avanzamento delle indagini e la divulgazione dei risultati relativi.

Nel frattempo l’ex mito, Blade Runner, è uscito su cauzione. Le motivazioni del magistrato: “Non c’è rischio di fuga, non è stata provata una propensione dell’atleta alla violenza, non c’è nessun pericolo di oltraggio pubblico in caso di rilascio e il caso montato dall’accusa non è così forte da provare che Pistorius potrebbe fuggire per sottrarsi al processo”.

Insomma, mentre l’attenzione dell’Italia e dell’Europa è giustamente catalizzata verso questioni di più rilevante profilo, il processo mediatico a qualcuno che è più di un uomo, ma era un’icona, va avanti. Perché, in fondo, è sempre un evento assistere al crollo dei grandi e dei potenti.

                   (Cristina Pomponi, criminologa)

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