di Samanta Reverberi

elezioni_620x410

Stop, fine delle trasmissioni per i sondaggi elettorali. A stabilirlo è la legge n. 28 del 2000, la quale vieta la divulgazione delle proiezioni politiche durante i quindici giorni che precedono le votazioni popolari, pena una bella tirata d’orecchie. Garanti del rispetto di tale imperativo sono l’AGCOM, per le emittenti private, e la commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, per le pubbliche.

I momentaneamente esiliati sondaggi d’opinione sono, a tutti gli effetti, strumenti di comunicazione politica da non misconoscere: hanno poteri preveggenti, volendo subliminali, discussi in quanto infezioni delle preferenze di voto, e applauditi in quanto veicolo di fondamentali informazioni politiche.

La pratica della ricerca d’opinione nacque negli Stati Uniti come riflesso di una crescente attenzione al consumatore americano, conquistando presto l’arena elettorale quando, con l’avvento del suffragio universale, gli acquirenti dell’offerta partitica si moltiplicarono, stimolati dalla propulsione politica. Tuttavia, i criteri scientifici di analisi del mercato istituzionale furono sfoderati negli anni Trenta da George Horace Gallop, fondatore dell’American Institute of Public Opinion, che li sferrò come un fendente di successo durante la campagna Roosvelt-Landon, avverso i tradizionali metodi di sondaggio.

Da allora, le aziende d’oltremare cominciarono a commissionare proiezioni, imprevisti strumenti di marketing.

In Italia, la pratica statistico-elettorale sbarca solo negli anni ’50, restando eclissata dallo scetticismo partitico, che vota per canali di trasmissioni come associazioni di volontariato o cattoliche, trasferendo poi la sua preferenza alle previsioni scientifiche negli anni ’80, sino alla luna piena dei primi anni ’90, quando la comparsa di attori provenienti dalla culla dei media ne fa un’arma politica.

La precisione delle proiezioni elettorali non è comunque tale. Per esempio, nel 2008 la Cdl registra un vantaggio percentuale maggiore rispetto a quello previsto contro Idv e PD. Si ricordi il referendum sull’abolizione della quota proporzionale, sovrastimato riguardo al quorum, che si rivelerà del 49,6%, annullando il risultato. Degno di fama l’intoppo del 2006: l’Unione in testa con un vantaggio del 5%, secondo proiezione, smentito dagli exit polls che registrano in uscita il 49,76% contro il 49,69% della Cdl alla Camera, e un 49,2% dell’Unione contro il 49,9% della Cdl al Senato.

Allora, a cosa serve fare delle previsioni elettorali, se poi risultano spesso fallaci? Il presidente del Swg Roberto Weber, afferma che l’alto grado di politicizzazione italiano impera come elemento discordante tra il tentativo di produrre sondaggi precisi e l’effettiva veridicità dei risultati negli exit polls. Dunque, sarebbe la caratterizzante multipolare della competizione partitica in corso a destare sentimenti di forte dubbio riguardo il prodotto delle ricerche statistiche. Nondimeno, “mancano gli storici”, ossia quelle variabili di calcolo e confronto retrospettive che permettono un maggiore margine di allontanamento dall’errore statistico, dato che i partiti “neofiti” (come, per esempio, Movimento 5 Stelle, o Rivoluzione Civile) non possiedono quei precedenti passati tali da poter confrontare dati utili a una corretta indagine elettorale.

Oggi, pullula d’istituti che si occupano di sondare le campagne elettorali; la maggior parte delle commissioni di previsione proviene dai media, spesso simpatizzanti di polo per osmosi. Gli exit polls, allora, diverrebbero timonieri di un elettorato malleabile, ma soprattutto farebbero virare le strategie di partito in base alle previsioni stesse, agendo sul consenso pubblico e aumentando il sex appeal delle leghe. Non solo: spesso la formula della domanda influenza ad una risposta voluta.

Comunicazione politica e pubblicità sono disciplinate diversamente in Italia: la seconda non è permessa, salvo che si tratti di messaggi autogestiti, il cui contenuto sia specificatamente politico e programmatico, e non superi dati confini temporali (a ognuno il suo). Possiamo allora sospettare che sondaggio e pubblicità -così intesa- siano un po’ troppo simili?

Resta, comunque, da ammettere che la disciplina della materia non garantisce l’effettiva parità di accesso ai mezzi d’informazione, causa l’oligopolio dei media nazionali e il conflitto d’interessi, che tange qualcuno più di altri.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: