Published On: Mer, Feb 6th, 2013

“Affari viziati”: il caso Mps-Banca Romana

Gli scandali bancari sono una triste tradizione della storia italiana

di Samanta Reverberi

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Anni fa i “furbetti” li avevamo trovati nel quartierino. Negli ultimi tempi, invece, pare che il sobborgo della finanza creativa si sia espanso verso molteplici periferie. Un’ubiquità, quella delle truffe e della corruzione economiche, che si perde, ormai, all’orizzonte. C’è da mettersi una mano a coprire la fronte e stringere gli occhi per scovare le magagne nel panorama monetario italiano, ammesso che qualche istituto non si impegni a ricamare false comunicazioni tanto quanto s’ingegna a rattoppare falsi bilanci.

Prendiamo la moderna “architettura economica” del Monte dei Paschi di Siena, fiera del primato di essere la più longeva tra le casse, con una sopravvalutazione delle aspettative e una sottovaluzione dei debiti tali da poterla sistemare nella hit parade delle conduzioni più equivoche dell’Italia contemporanea. Le accuse di aggiotaggio, turbativa, truffa e associazione a delinquere, poi, le donano un bel valore aggiunto per alzare il punteggio in classifica. Uno scandalo da professionisti, che travolge anche la sfera politica, il polo dell’attuale sinistra in particolare.

Tuttavia c’è chi, come Tremonti, aggiunge un asterisco a piè pagina, suggerendo una sorta di parallelismo tra lo scalpore Mps e quello della Banca Romana, a ricordare che a criteri ubiquitari delle truffe pare ne corrispondano alcuni cronologici. Effettivamente, l’istituto ci aveva provato anche lui a sfregarsi le mani e a farla franca a seguito di speculazioni e finanziamenti ad alcune personalità di pubbliche e minori legate alla sinistra giolittiana. Insomma, merita un flash back.

Fine ‘800: ai primi vagiti di un’Italia con Roma capitale, rispose una crisi del settore edilizio. L’emissione di cartamoneta, concessa a sei casse, tra cui Banca Romana, insospettì qualche personaggio circa una gestione dubbia delle operazioni economiche bancarie. Quando il deputato Luigi Miceli incaricò il collega Alvisi e il funzionario Biagini per condurre un’inchiesta amministrativa a riguardo, emersero 113 milioni di lire – di cui 40 falsi – stampati da Banca Romana (il doppio rispetto ai parametri legalmente fissati), speculazioni edilizie, finanziamenti a politici e giornalisti. L’italica maestria dell’insabbiamento parve un’ottima soluzione momentanea per le forze politiche: manovra effimera, perché il radicale Colajanni si fece prendere dalla smania di riesumare il rapporto Alvisi.

Correva l’anno 1893 quando furono arrestati il governatore dell’istituto creditizio Tanlongo e il direttore Lazzaroni (manco a farlo apposta), che spifferarono circa le sovvenzioni politiche: che figuraccia per la sinistra storica, i nomi di Crispi e Giolitti messi in piazza in tal modo! Poche sorprese riguardo il processo, che si concluse con un’assoluzione generale degli attori, causa la mancanza di documenti comprovanti i misfatti. Spariti. Abracadabra. Il tentativo di mascherare l’imbarazzo politico, si aggiunse alle dimissioni di Giolitti dalla Presidenza del Consiglio, e costò caro all’ala sinistra in termini di consenso e legittimità pubblica dell’Italia monarchica. La Banca Romana? Liquidata dalla nascita della Banca d’Italia, uno dei tre istituti cui fu concessa la futura emissione monetaria.

Trascorso un secolo circa, vantiamo una Repubblica, l’euro, diversi canali d’informazione e lo scoop Mps. Più che passi avanti, passi da granchio. Anche la banca senese, adocchiata da una fondazione come principale azionista della cassa, roccaforte di personalità votate al centrosinistra locale, sfoggia un ex management davvero in gamba circa i giochi di prestigio: apparizioni anticipate di capitale in bilancio, sparizioni di debiti, misteriose tangenti, prodigiosi acquisti di banche dagli spagnoli di Santander (si ricordi la pluri bramata Antonveneta) alla vigilia della crisi italiana, sino a magici castelli di carta fatti di derivati, giusto per citare alcune attività (o “passività”).

Cronache alla mano, la sospettata interdipendenza tra un gruppo politico e Mps, salvo minacciare, in sede elettorale, la diminuzione di consenso a favore di altri protagonisti in gara, erode l’opinione pubblica e rasenta la mancanza di sanzione delle colpe. Chi rompe paga, ma i cocci sono i suoi? La moda del “non vedo, non sento, non parlo” ricalca, purtroppo, una realtà storico-italiana delle gestioni affaristiche che si esprime, più che sostanzialmente, a livello di principio, come a dire che, da che è nato, il nostro Paese presenta vizi di fabbrica.

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