EKTA 27108 (13x18 cm)

di Arianna Torelli

E’ possibile accostare le riflessioni sulla guerra di Federico Saracini o le terracotte di Umberto Gervasi ai dipinti di Hieronymus Bosch, Salvador Dalì e Max Ernst? Sono forse le qualità inventive di un artista che ha lavorato nell’ombra degli asili manicomiali pari a quelle di un artista ufficiale?
A dare una risposta è l’ampia mostra “Borderline. Artisti tra normalità e follia”, inaugurata nei giorni scorsi al MAR di Ravenna. Un trio di curatori – il direttore scientifico del MAR Claudio Spadoni, lo psichiatra Giorgio Baldoni e l’editore Gabriele Mazzotta – per un trio di elementi attorno ai quali ruota l’esposizione: le tematiche (il sogno, il ritratto, il corpo), la poetica delle storie personali degli artisti e la ludicità del dipingere. “Borderline” eleva così la follia e i folli al livello degli artisti “laureati” per la storia (e gli storici) dell’arte.
Ai dipinti dell’Art brut, dei surrealisti e del Gruppo Cobra sono dedicate le sale del MAR, con una particolare attenzione ad Antonio Ligabue, Aloise Corbaz , Mattia Moreni e Gino Sandri. “Borderline” dimostra così come, con l’avanzare della sperimentazione, sia sparita la linea di separazione tra normalità e follia e come, con la legge Basaglia del 1978, i folli siano stati scarcerati e resi artisti come gli altri. Non si tratta dunque di “arte dei pazzi” ma di arte prodotta da persone estranee ai mezzi artistici tradizionali, di opere selvagge, primitive, istintive e svincolate da norme prestabilite. “Niente arte senza ebbrezza. E allora: ebbrezza folle! Che la ragione vacilli, deliri!” disse il pittore e scultore Jean Debuffet (1901-1985), colui che collezionò e conservò le produzioni dell’Art brut, allargando così i confini dell’arte. Già Picasso e Klee vi avevano inserito rispettivamente l’arte africana e i disegni dei bambini, ma Debuffet va oltre, scova ai margini della società oggetti di grande dignità artistica. www.museocitta.ra.it

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