stalking

Guarire dallo stalking si può? È una delle annose domande che si pongono psicologi e criminologi, e che difficilmente può avere una risposta univoca.

Sono passati circa quattro anni dall’entrata in vigore della normativa italiana che ha introdotto questa tipologia delittuosa nel nostro ordinamento. Non mi sottrarrò alla mia fama di giustizialista e ribadirò anche in questa sede che, nella mia modesta opinione, si è andati coi guanti di velluto nel punire gli stalkers. All’articolo 612 del nostro Codice Penale leggiamo infatti che “è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”. Considerando i soliti sconti di pena e le agevolazioni previste per gli incensurati, è assai più frequente che uno stalker non si faccia nemmeno un giorno di galera che invece espii la sua pena.

Le uniche misure cautelari originariamente previste erano il divieto di frequentazione dei luoghi in cui la propria vittima soggiornava, o lavorava, o in generale si recava (una specie di restraining order, ordinanza restrittiva, all’americana) o l’obbligo di dimora. Ora c’è anche la possibilità di conferire col Questore e farlo procedere con un ammonimento nei confronti del proprio persecutore.

Purtroppo la cronaca nera ci ha dimostrato che a volte denunciare non basta, tanto che numerose sono le donne che hanno pagato con la vita il fatto di essere oggetto delle indesiderate attenzioni di psicotici o criminali pur avendo più volte denunciato per stalking i propri aguzzini.

Le statistiche parlano di un aumento del fenomeno: quindi l’introduzione di una legge non è servita a nulla? Difficile dirlo: giacché questo reato in passato non era codificato, anche le statistiche relative non sono chiare ed interpretabili in modo lineare. Quello che è certo è che i dati riferiscono che un italiano su cinque è o è stato vittima di stalking. Basti pensare che il solo Osservatorio Nazionale sullo Stalking, con sede a Roma, riceve oltre 3000 segnalazioni l’anno.

Un dato che colpisce nel segno è, inoltre, quello che ci dice che il 30% dei persecutori è donna. Ma mentre gli uomini prendono di mira quasi esclusivamente il sesso opposto, le donne sono più “democratiche” e perseguitano in egual misura uomini e donne.

Il coordinatore del sopraccitato Osservatorio, il Dott. Lattanzi, fa poi dei distinguo nel modus operandi: gli uomini sono più grossolani e seguono una condotta quasi da manuale. Le donne, invece, sono più sottili e creative.

Lattanzi solleva poi un annoso problema per il sistema giudiziario italiano: quello della riabilitazione e della rieducazione. Nonostante il nostro sistema penale concepisca il carcere come rieducativo e risocializzativo, è evidente come nella realtà poi questi elementi manchino quasi completamente; il che costituisce un grosso limite se pensiamo che lo stalking è uno dei reati col maggior tasso di recidiva.

Quello che Lattanzi e i suoi colleghi si prefiggono, invece, non è soltanto aiutare le vittime, ma anche i loro carnefici. E difatti riportano le testimonianze di donne e uomini che si sono rivolti a loro in cerca di aiuto, perché si erano resi conto di avere un problema e che era necessario intraprendere un percorso, difficile, di guarigione.

Insomma: guarire dallo stalking si può, e ci sono i mezzi ed i professionisti a disposizione per farlo.

Io, purtroppo, faccio parte dei cinici a tutti i costi. Che difficilmente credono nel ravvedimento umano, soprattutto per quei reati che hanno percentuali di recidiva così alte. Soprattutto se penso alla definizione che lo psicologo americano Royakkers diede del fenomeno: “Lo stalking è una forma di agguato mentale in cui l’aggressore ripetutamente, inavvertitamente e violentemente irrompe nella vita della vittima con la quale non ha relazioni di sorta.”

Il ritratto dell’orco, dell’uomo cattivo, dell’estraneo che esce dal buio e ti porta all’inferno. Certo, questa è la descrizione di una delle tante tipologie di stalker che la letteratura scientifica propone. C’è una categoria persino più pericolosa: quella del “risentito”, rappresentato dagli ex amanti, mariti, mogli, che per anni hanno infierito psicologicamente o anche fisicamente sulle proprie vittime. L’orco che si nasconde tra le mura domestiche. Quasi come se la persecuzione, il controllo, l’incutere terrore o timore fossero l’unica maniera di concepire ed instaurare un rapporto. Ed è qui che il mio cinismo scatta fuori e mi fa pensare che una riabilitazione non sia possibile.

Perché se è naturale non lasciare nulla di intentato e recuperare chi può essere recuperato (come chi si rende conto di avere un problema e chiede aiuto), dal’altro canto la cronaca pullula di esempi sconfortanti in senso opposto. Come quello di Gaetano De Carlo, 55 anni, carrozziere, che quasi tre anni fa uccise, nel giro di una giornata, sia l’ex fidanzata Maria Montanaro, che Sonia Balconi, un’altra sua ex, per poi suicidarsi. L’uomo aveva collezionato 7 denunce per stalking.

Poco dopo, la Cassazione ammonì i giudici di merito ad emettere subito misure di sicurezza – come gli ordini di allontanamento o l’obbligo di dimora nei confronti del molestatore – a tutela delle vittime di stalking.

L’auspicio è di un’evoluzione in senso migliorativo della legge vigente, degli studi in letteratura, e della maggiore diffusione di strutture di ausilio come l’Osservatorio Nazionale sullo Stalking.

Perché le vittime, di qualunque tipo esse siano, non vanno lasciate mai sole.

(Cristina Pomponi, criminologa)

 

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