beppe_grillo_ansa-300x300

di Diego Gustavo Remaggi

Il problema delle innumerevoli boutade di Grillo e di tanti suoi seguaci, più o meno esperti in giornalismo, è stato – ed è -, quello di volersi quasi ergere a paladini di una verità assoluta, campioni di una logica di ragionamento binario in cui vige la sola legge del “tertium non datur”: o noi o contro di noi, o buono o cattivo, o vero o falso. Grillo buono, tutti i restanti: cattivi, Movimento 5 Stelle giusto, tutti gli altri: da condannare, Gcr che si incontra con Villani buono, tutti gli altri: mistificatori, Andrea Scanzi (Fatto Quotidiano) buono, Giulia Innocenzi (Servizio Pubblico) cattiva. In radio, in tv, sui giornali, su Internet, viene sempre e comunque applicata dai grillini una sorta di “fondamentalismo della verità” (riconducibile ad uno statuto-non statuto, ad un programma elettorale, a grida e urla) contro cui nessuno dovrebbe mai ribattere (una sola rete pubblica, un solo giornale vero) e contro cui hanno a che fare le solite vecchie facce con le mani sporche e le tasche piene di danari. In parole povere: su Grillo non si può scrivere niente tranne che cose buone, idem per i suoi pupilli, sindaci e consiglieri che, proprio a Parma, vanno osannati quando rinunciano al biglietto gratuito per andare allo stadio, mentre tutti gli altri (che nella Stalingrado grillina vanno realmente dal Pdci al Pdl) sono dei buffoni.

Per rimanere in Urss, durante la guida di Breznev, la poetessa Frida Vigdorova, corrispondente per un quotidiano, chiese esplicitamente alla sua redazione di avere la possibilità di entrare nei tribunali e prendere appunti su tutto quello che accadeva durante i processi, permesso che le fu negato. Vigdorova rassegnò così le proprie dimissioni, motivandole duramente: “Vi sembra possibile privare un giornalista del suo naturale diritto di vedere, annotare, arrivare a cogliere il senso di ciò che accade?”. Ecco, trovare il senso di un accadimento è il vero mestiere di chi scrive sulla stampa, e non è facile: da una parte le linee editoriali, dall’altra la politica, dall’altra le pubblicità, dall’altra le ideologie e i preconcetti personali.

Ma esistono realmente giornalisti puri? Senza nessuna di queste inflessioni o deviazioni comportamentali e ideologiche? Domenica scorsa, Federico Pizzarotti, ha scritto: “E’ ormai raro trovare articoli leggibili, se si parla di analisi dell’M5S, e sono quasi sempre del Fatto, salvo anche la Stampa”, migliorando il suo giudizio del mese scorso: “Le notizie dovrebbero raccontare i fatti, e gli editoriali dare opinioni”. La mia opinione (in quanto autore di un pezzo editoriale) è che il giornalismo sia un prodotto della modernità, ed in quanto tale: sviluppato storicamente su antinomie e contrasti, fini nobili e miserevoli, discussioni e discorsi, tutti presupposti che stanno alla base del principio di libertà di stampa.

Dire che un giornale è migliore di un altro, che un articolo o un servizio “dovrebbero” raccontare una verità assoluta per voler essere “più uguali degli altri” è storicamente e “letterariamente” desolante. Ancor di più lo è utilizzare sempre un’aria di ormai costante vittimismo, ispirata alle solite parole del “se, però, ma, comunque”, congiunzioni di per sé avversative. Massimo Gramellini (guarda caso editorialista della Stampa) scrive che “I se sono il marchio dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante”. Detto questo, tanti auguri al M5S, che sembra diventato, grande “nonostante” la stampa. O forse proprio grazie ad essa.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: