Published On: Mer, Feb 20th, 2013

Le elezioni e l’impatto mediatico degli scandali

Mps, Finmeccanica e Formigoni: la campagna elettorale non la fanno i partiti

di SAMANTA REVERBERI

In passato si canticchiava “mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar”. Oggi, che si fa, si chiedono ancora alla mamma? Perché mai, ci sono le fondazioni. Poi, si chiedono i mila euro, anche perché sì, in America ci andiamo, ma ai Caraibi per Capodanno, magari con una “formaglietta” nuova da spianare.

Roberto Formigoni, governatore uscente della regione Lombardia, di vacanze così ne ha fatte, col patrocinio delle fondazioni sanitarie, la Maugeri prima, il San Raffaele poi. Alla chiusura dell’inchiesta, che lo vede indagato, in compagnia, per associazione a delinquere, si palesano utilità per 8 milioni di euro concesse dalle suddette, spesi in yacht, ferie, orologi, regali e finanziamenti per eventi politici finalizzati alla campagna elettorale del “Celeste”, che riceveva anche dazioni in contanti grazie al pony express Pierangelo Daccò. Persona comunque educata Formigoni, che nel 2010 scriveva un bigliettino a Umberto Maugeri, ex patron della fondazione, per ringraziare l’affezionato dell’amicizia dimostrata, anche se in occasione  delle dimissioni di Berlusconi aveva alzato il dito medio un po’ per tutti.

L’inventore della “forsciarpa” e del “forconcorso” Roberto, già criticato per lo spoil system di qualche anno fa, aveva incontrato anche qualche “problema radicale” quando, a marzo 2010, il TAR lombardo gli aveva permesso di partecipare alle elezioni nonostante le irregolarità rinvenute riguardo la raccolta firme della lista “Per la Lombardia”; nondimeno qualche amica della Minetti si era destreggiata nel poco talentuoso falso calligrafico. Formigoni, però, vuol fare il botto: ad agosto 2012 concede centomila euro all’amica Emanuela Talenti grazie a una perspicace mediazione bancaria, fino a creare un conto corrente ad hoc per evitare alcuni movimenti che lasciassero intendere il pingue possesso di contanti di cui Roberto disponeva.

Quello di Formigoni, naturalmente, non è tacciabile come mero caso: è certamente uno dei tanti clamori che, puntuali, si manifestano ancor di più durante le campagne elettorali. L’ondata di eventi pare un cicaleccio ridondante che, sovente, confonde o attrae l’elettore in direzioni avverse, ed evidenzia la totale mancanza di funzionalità nella ricerca dell’elezione, quasi ad azzardare che la campagna non la disputano i partiti ma ciò che accade a livello mediale.

Ricordiamo il caso Mps: il centrosinistra che si dimena e non trova i braccioli per tutti per stare a galla. Un po’ d’acqua l’ha bevuta. Poi ci sono Finmeccanica e la satira sanremese. Ah, poi c’è lo stesso scandalo Formigoni, che produce importanti falle nel centrodestra, dove irriducibili di inizio secolo si abbandonano ad afflati nostalgici, un po’ come chi rivive i tempi di Tangentopoli nell’attuale risveglio della magistratura, che qualcuno in carcere lo manda, soprattutto se non ha fatto le giuste operazioni matematiche. In cauda venenum: le dimissioni del Santo Padre, questione, in Italia, di Stato, sebbene Chiesa e istituzioni debbano non ingerirsi.

Questa specie di “terrorismo mediatico” sembra impoverire la già scevra di fertilità campagna elettorale, come se, da anni, la realpolitik avesse incenerito un terreno ormai secco e incoltivabile. L’ondata di eventi riportati dai media pare incalzare (volutamente?) a uno spostamento di attenzione del pubblico, che rischia di concentrarsi, più che sulla tangibile offerta programmatica dei partiti, sui terremoti politici dovuti alla commistione e ingerenza reciproche riguardo diversi ambienti d’interesse. Tutto questo, a prescindere dal discorso delle tangenti: Silvio rassicura che si tratta di normale amministrazione, non si facciano storie.

Le vicende che sembrano nascondere le intenzioni delle parti (se esistono, in termini di consistenza e praticità politiche), rivelano una superficie fatta di colpi e scontri a suon di scandalo, che sono i becchini della speranza per il cambiamento. Un enorme rischio, perché i conti si pagano, e non solo quelli che le terre d’oltremare ci chiedono di pulire. Un ulteriore grosso rischio, perché la campagna elettorale per le fazioni prive di precedenti attivi, simpatizzanti – o no- del populismo da comizio, la fanno gli scalpori delle leghe tradizionali.

In questo affanno per la comprensione definitiva della realtà, alla vigilia delle elezioni, rimane l’auspicio a mantenersi più accorti, magari bevendo un “forcaffè” per restare un po’ svegli.

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