Published On: Mer, Feb 27th, 2013

Quelle api infelici

di MASSIMILIANO PARENTI

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Sono andato al seggio. Mentre salivo le scale ho ascoltato furtivamente qualche commento: “Mi sono dovuto tappare il naso per votare” oppure “È ora di cambiare!” e ancora: “Questi qui sono uno peggio dell’altro…” . La cosa non mi ha sorpreso più di tanto. Di questi tempi, le considerazioni in materia di politica tendono a spostarsi dalla generica sfiducia al disgusto più totale. Poi nel primo pomeriggio ho deciso di mettermi comodo sul divano e osservare compiaciuto quella che sarebbe dovuta essere una debacle assicurata di una certa fazione politica (non ero l’unico, siamo onesti).

Questa volta l’Italia non si farà compatire – mi sono detto – qualcuno guarderà da lontano con un sorriso compiaciuto pensando a una nazione che finalmente ha svoltato pagina.

Mentre credevo (e speravo) di essere sotto l’effetto di qualche allucinogeno mi è tornata in mente una vecchia storia: c’era una volta un alveare – scrive Mandeville – i cui occupanti, una laboriosa società di api lacerata da profonde divisioni sociali, vivevano all’ombra di una casta politica di api disoneste e viziose, che, paradossalmente, riuscivano ad assicurare una continuità economica all’alveare in questione: quando la forza economica cadde, le api oneste decisero di affidarsi a un dio che instaurasse di nuovo virtù e garantisse di nuovo l’onestà tra di loro. Ma l’annullamento dei vizi privati e pubblici, evidentemente un fulcro della società, la fece lentamente decadere e, quando questa venne attaccata da un altro alveare, finì presto in rovina.

Ecco, guardando gli spaventosi risultati elettorali (sinceramente non m’importa che uno “si senta” di destra o di sinistra, la coscienza civile e il buonsenso non hanno bandiera), mi sono sentito un po’ come una di quelle api tradite dalla loro stessa buona volontà.

In Italia, come in quell’alveare, ultimamente si è spesso sentito parlare di una “rivoluzione moderna”. Di riscossa etica. Di pulizia di gente disonesta dalla cosa pubblica. Ma cosa vogliono cambiare gli italiani esattamente? Il boom di Grillo era sicuramente nell’aria (forse non con una tendenza così esponenziale) e dà una chiara sensazione che una nuova idea politica stia avanzando senza che si sappia bene come si definirà nel futuro, ma la riscossa del centrodestra, evidentemente risorto dalle sue ceneri al di là di ogni spiegazione logica, mi ha segnalato in primis che questo alveare, il suo dio, non è detto che lo voglia. L’ipotesi che il futuro politico possa essere garantito da un sistema composto da facce nuove, dalla messa in discussione di quelli che per circa vent’anni sono stati i paradigmi del paese, che finalmente si possa dire “Questo non è un paese per vecchi”, mi sembra di per sé un’idea fallimentare. Mai come ora mi rendo conto che le mie speranze, come quelle di molti altri votanti, sono state smorzate dalla vera natura di chi vive in questo paese. Come diceva De Maistre ogni nazione ha il governo che si merita.

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