Published On: Mer, Mar 27th, 2013

Fratelli d’Italia: la Massoneria del Bel Paese

di Samanta Reverberi

Segretezza, esoterismo, riti. Massoneria. Un parolone, ovunque, e mai da nessuna parte, una matrioska sociale. Concettualmente, magari, neanche esiste. Le leggende ne riconducono le origini perfino a epoche bibliche. Miti a parte, simbolismo pure, la Massoneria vive ben strutturata, fuori e dentro l’Italia e, se oggi un po’ tutto ha respiro internazionale, anche lei sta al passo.

La liberomuratoria non è un’invenzione locale, arriva dall’estero, ma forse nemmeno: si accetti il vago, d’altronde non si tratterebbe di un’organizzazione da penombra se ci fossero certezze, anche storiche.

Generalmente, si accoglie che la nascita della prima loggia italiana, detta paradossalmente “degli Inglesi”, sia da ricondurre al 1732: da allora, la macchia d’olio delle fratellanze cominciò a espandersi nella penisola, dietro afflati d’unità e laicismo, e finendo per fare le bizze con Papi e cattolici.

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Le gabbie, ormai, erano state aperte: nonostante le encicliche di divieto d’affiliazione, nel primo ‘800, le logge si moltiplicarono, così come le commistioni politiche. Poi Napoleone cadde, ed ebbe inizio la caccia all’ex-massone, con tanto di repressioni poliziesche ed eclissi strutturale dell’associazione, accusata d’essere compagna di merende dei carbonari.

Poche logge, dunque, in quel periodo, fino al battesimo della “Ausonia”, collettività embrionale dell’attuale Grande Oriente d’Italia, organizzatosi definitivamente nel 1859 nell’allora capitale sabauda, e nientemeno che uno tra i tre maggiori Ordini massonici in Italia. Giri di contatti in stile “organizziamo la cena delle superiori”, e via alla rete delle logge italiane rimaste. “Facciamo Gran Maestro quello”, “no, è meglio Cavour”, “chiediamolo a Garibaldi”, “be’, comunque puntiamo agli iscritti filo-cavouriani”; si mantenne la dinamica liberté-égalité-fraternité, ma cominciarono i dissensi con i frammassoni democratici.

Nell’Italia liberale, gli scontri ideologici tra moderati e democratici, si rifletterono nelle logge, divise nei poli Torino-Palermo. Dopo Porta Pia, la sede del GOI fu spostata a Roma, e le redini della Massoneria passarono in mano alle forze filo-crispine, soprattutto durante la granmaestranza del tesoriere Lemmi (più soldi entrano, più la lobby pressa): il suo incondizionato appoggio all’esecutivo inasprì, però, i rapporti tra varie officine, finché un dissidente, Saverio Fera, creò la Gran Loggia d’Italia nel 1906.

Poi arrivarono Benito e socialisti, un po’ d’accordo coi massoni, ma troppo violenti per i loro gusti. Dopo ripetute manovre politiche per condizionare la situazione, il Partito Nazionale Fascista e la Massoneria divorziarono, e i confratelli furono messi al bando.

Dopo la caduta del Duce, gli scontri ideologici tra il GOI e la GLDI si intervallarono a tentativi di trasparenza massonica e distacco politico, fino all’incursione del celebre Licio Gelli che, da segretario organizzativo della loggia P2, divenne il creatore di un centro d’affari autonomo da rinvenirsi nell’officina stessa, prima sospesa, poi da Licio clonata, con una membership di pubblici tra le più importanti cariche istituzionali e finanziarie e una voglia di “rinascita democratica” da far girare la testa ai magistrati, che lo stesso Gelli comunicò al Corriere della Sera nel 1980. Tra i prestigiosi piduisti, allora, 953 avevano un nome noto, mentre scandali pubblici e stragi, spesso, erano imputate alla copia della loggia Propaganda n°2.

In seguito all’auto-goal della P2, e a un’altra dissidenza da parte di Giuliano di Bernardo, che fondò la Gran Loggia Regolare d’Italia nel 1993 (un’altra tra le obbedienze maggiori del Paese), la Massoneria italiana impostò la smorfia di chi l’ha fatta grossa e se ne pente, oltretutto che nell’82 fu sancito il divieto di affiliazione segreta. Tutto il resto è cronaca dei nostri giorni.

Le questioni delle logge sono rimaste all’ordine del giorno: non mancano, spesso in delicati momenti governativi, le accuse, a quello o a quell’altro deputato, di vicinanza alle obbedienze.

Lo stesso Monti, si ricordi, è stato per l’opinione un frammassone. Sovente, i programmi partitici contemporanei ripropongono riforme già evidenziate nel piano P2, e se il Gelli è un ipotetico profeta politico, l’intreccio partiti-Massoneria è incontestabile.

Forse, strutturalmente, devono coesistere, pena la nullità reciproca. Forse, la politica stessa si tutela con alibi massonici.

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