67028_10200115767088774_1226042767_ndi Salvo Taranto

In questo momento in Italia esiste soltanto un freno all’avvio di una nuova stagione, all’inizio di una primavera di riforme. Un ostacolo rappresentato paradossalmente da chi, più di chiunque altro, sostiene di volere il cambiamento ma ha forse paura di perderne il monopolio: Beppe Grillo. Quanto avvenuto prima e dopo il voto che ha investito l’ex procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, della seconda carica dello Stato, è la riprova di quanto il comico genovese – che potremo adesso, finalmente, chiamare “presidente” del Movimento 5 Stelle – assomigli a Crono, una figura della mitologia greca.  

 

Crono, che per gli antichi simboleggiava il tempo, era un padre tormentato ed autoritario che divorava i propri figli, che impediva loro di crescere stritolandoli con i suoi abbracci. Ma cosa lo assillava, cosa spingeva il sovrano del mondo ad uccidere ciò che generava? Ad ossessionarlo era una premonizione secondo cui, un giorno, sarebbe stato detronizzato proprio da uno dei suoi figli. E infatti fu proprio Zeus, terzo figlio maschio, a sconfiggerlo dopo avergli somministrato un veleno in grado di fargli vomitare tutti i fratelli ingoiati.

Ecco, Grillo – lasciando da parte l’entità riccia Casaleggio – ha generato un movimento politico che non si pone soltanto come forza distruttiva: il suo programma ambisce soprattutto, in modo legittimo, a cambiare radicalmente il Paese. Tuttavia, attraverso l’ingresso in Parlamento, il M5S è chiamato adesso a far valere il proprio trionfo elettorale. Esistono due modi per far pesare sul piatto della politica lo straordinario esito delle urne: uno è rendere impossibile qualsiasi movimento sullo scacchiere, l’altro è muovere i pezzi dettando le condizioni. Le elezioni di Laura Boldrini e di Pietro Grasso alla presidenza delle due Camere sono indubbiamente il frutto di un’abile strategia di Bersani e Vendola: una scelta condizionata però da quell’esigenza di rinnovamento di cui i grillini sono portavoci. Due nomi che hanno scardinato i metodi tradizionali tramite i quali erano stati finora selezionati i candidati a ricoprire le cariche istituzionali. Alla Camera dei Deputati il centrosinistra disponeva della maggioranza assoluta dei seggi, mentre a Palazzo Madama l’operazione, per raggiungere il traguardo, non poteva camminare sulle gambe dei senatori progressisti. Al momento del ballottaggio tra Grasso e Schifani, il presidente uscente sostenuto da Pdl e Lega, per il M5S è suonata per la prima volta la campana della Politica.

I grillini non sono riusciti a confermarsi come una falange compatta e si sono divisi tra una maggioranza di schede bianche e una decina di voti segreti espressi a favore di Grasso. Un risultato prodotto da una spaccatura che si è creata nel corso di una riunione che aveva anticipato il momento cruciale del ballottaggio. L’idea che davanti alla sfida tra Schifani e Grasso occorresse rifugiarsi nell’astensione è stata ripudiata da un manipolo di senatori grillini, soprattutto siciliani: “Se vince Schifani quando torniamo a casa a noi siciliani ci fanno un mazzo tanto…” avrebbe affermato uno di loro.

Quella minoranza che ha disobbedito all’ordine di scuderia ha ritenuto che non si potessero mettere sullo stesso piano un magistrato antimafia ed un avvocato che nel 1983, mentre Cosa Nostra uccideva giudici, uomini delle forze dell’ordine e giornalisti, difendeva gli interessi del boss Giovanni Bontate.

A questo gesto dettato dalla coscienza, Grillo ha replicato con un anatema. Il presidente del M5S si è scagliato contro il voto segreto (“non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese”), invitando i suoi senatori a dichiarare i loro voti. Il fondatore del partito, ricordando come nel Codice di comportamento degli eletti sia previsto che “le votazioni in aula sono decise a maggioranza”, ha tuonato contro i traditori: “Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze”. Un modo piuttosto elegante per invitare gli infedeli a dimettersi. Parole dalle quali, per l’ennesima volta, traspare quella concezione padronale – per non dire dittatoriale – del partito. Un partito che invece potrebbe svolgere da protagonista il ruolo di guardiano delle democrazia italiana e contribuire a scrivere una pagina meravigliosa della nostra storia, a partorire un nuovo Rinascimento.

Ai grillini il compito di decidere se farsi divorare dal padre Crono o trasformarsi in piccoli Zeus.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: