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Si è tolto la vita credendo di avere un debito enorme nei confronti delle banche: a prendere questa decisione è stato un imprenditore della provincia di Padova. In realtà, però, i suoi debiti erano totalmente estinti e, addirittura, era lui ad essere in credito. I due istituti finanziari che lo pressavano in continuazione gli avrebbero dovuto risarcire una cifra pari a 600mila euro per interessi gonfiati e spese non pattuite.

Un comportamento degno di usurai, tant’è che la famiglia dell’uomo ha chiesto un risarcimento di quasi quattro milioni. L’episodio risale al 2011 ma, a distanza di due anni, Confedercontribuenti Veneto ha finito di analizzare i conti correnti dell’imprenditore accertando che erano le banche ad avere debiti nei contronti dell’uomo.

Secondo il presidente dell’associazione,”i familiari hanno appreso che, secondo due dettagliatissime perizie econometrico-matematiche eseguite dal nostro staff, non erano le banche creditrici rispettivamente di 54mila e 40mila euro, ma l’imprenditore stesso”. Il credito vantato da una delle due banche corrisponderebbe “a 270.627 euro, dei quali 99mila circa di usura e 172mila di anatocismo bancario. 407.060,98 euro il credito per il secondo istituto di credito, di cui 271 mila circa di anatocismo e 136 mila di usura”.

A detta di Confedercontribuenti, “il povero imprenditore già dal 2002-2003, senza saperlo si era messo in pareggio con i propri debiti, e soltanto per effetto di interessi gonfiati, doppi interessi e composti, conditi con commissioni e spese non pattuite, né autorizzate e ingiustificate, le banche lo tenevano sotto il “giogo” dello strozzinaggio, superando di gran lunga il tasso di interesse “soglia” oltre il quale si commette l’odioso illecito di usura, soglia che oggi è circa il 18%”.

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