di MASSIMILIANO PARENTI

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Prima delle elezioni gettavo ogni giorno uno sguardo ai sondaggi. Ad essere sincero ciò che catturava la mia attenzione non era un dato statistico, né le tendenze di qualsivoglia partito che salivano e scendevano come lo spread a seconda delle nauseanti sparate quotidiane del leader di turno (“Via l’Imu?” Su del 5%, “Smacchierò il giaguaro” Giù del 4%), ma l’inquietante risvolto che, a torto o a ragione, leggevo tra quei numeri: è tuttora la prevedibilità della gente a spaventarmi e a rattristarmi facendomi chiedere se funzioni veramente così. Gli uomini sono creature semplici – mi si obietterà – ma che sia vero o no ciò mi rende consapevole della facilità di manipolazione del paese e della propulsione che una parola storicamente ed eternamente ambigua come “politica” evoca nell’immaginario collettivo (ammesso che ve ne sia uno).

Ho notato, sinceramente con dispiacere, che all’unanimità i giornalisti aderiscono ancora a quella che reputo un’idea preistorica e offensiva verso un pensiero razionale e indipendente che spetta solamente all’onestà intellettuale di ognuno di noi: ovvero che le persone siano divise, anzi oserei dire etichettate in “elettore del centrodestra e in elettore di centrosinistra” (tutte le volte che ci penso mi torna alla mente la canzone di Gaber). Quando vince uno schieramento è solo perché gli oppositori hanno deciso di stare a casa piuttosto che recarsi al seggio… e viceversa. Da persona ragionevole, mi trovo a dover combattere contro un pensiero che alla luce dei recenti avvenimenti mi pare obsoleto. Oggi si assiste alla venuta meno di quella che, almeno fino agli anni Novanta, è stata una peculiarità dell’elettorato italiano. Certo – mi si dirà – ogni persona ha ideologie che si avvicinano anche indirettamente a destra o a sinistra. Ad esempio Mentana commentava l’exploit di Berlusconi sostenendo che “in Italia chi tiene per l’Inter non vota certo Milan…”

Ma sono convinto che il vero dato da analizzare in queste elezioni e in questa settimana rovente fatta di promesse e dietrofront, sia un dato che non si deduce da nessun numero né da alcuna percentuale e che è rimasto tuttora invisibile ai sondaggisti, cioè la totale perdita dell’elettore con l’etichetta. Una grande conquista, la definirei io. Mi piacerebbe azzardare che la prima vera rivoluzione della politica italiana, prima ancora dei fatti (temo che anche con un governo illuminato ce ne vorrà di tempo!), sia la caduta di questa mentalità. Alle urne, l’elettore ha deciso di camuffarsi da “elettore del caos” e svincolarsi (almeno per quel giorno) da un retaggio che probabilmente lo ha seguito per molti anni. Ecco, il dato del M5S, prima ancora della rabbia e del dolore che reca con sé, promuove una notevole spinta in questa direzione. Il progresso sociale può avvenire in modi che ancora non comprendiamo, ma la nascita dell’elettore del caos, che non vota perché è di destra o di sinistra mi rende cautamente ottimista… e non posso fare a meno di trattenere un sorriso.

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