piadina

“La vera Piadina Romagnola – dicono Slow Food Emilia-Romagna e delle
Confesercenti territoriali di Cesena, Ravenna e Forlì – è quella preparata dai chioschi, manualmente, fresca e non si può paragonare in nessuna maniera a quella prodotta industrialmente e conservata nei sacchetti di plastica per la vendita nei supermercati”. 

Per questi motivi verranno inviate ulteriori osservazioni alla Commissione Europea
in merito alla proposta del Disciplinare sul marchio IGP al fine di fermare un iter
che creerebbe solo confusione ai consumatori.
Il Regolamento UE 1151/2012, sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e
alimentari, all’art. 18 del preambolo riporta “La protezione delle denominazioni di
origine e delle indicazioni geografiche persegue gli obiettivi specifici di garantire
agli agricoltori e ai produttori un giusto guadagno per le qualità e caratteristiche
di un determinato prodotto o del suo metodo di produzione, e di fornire
informazioni chiare sui prodotti che possiedono caratteristiche specifiche connesse
all’origine geografica, permettendo in tal modo ai consumatori di compiere scelte
di acquisto più consapevoli”.
L’impianto normativo che regola questo genere di certificazioni, si basa sulla
presunzione che il prodotto disciplinato in quanto IGP e il prodotto di cui nel
disciplinare si indica il legame con l’origine geografica, siano lo stesso.
Esattamente quanto non appare dimostrato nel disciplinare pubblicato in
Gazzetta.
Lo stesso disciplinare, tra l’altro porta le prove del legame storico-tradizionale tra
la Piadina Romagnola e la porzione di Romagna indicata nel disciplinare, senza
specificare che esse si riferiscono solo alla piadina fresca e in nessun caso al
prodotto alimentare a lunga conservazione che ad essa si vorrebbe ricollegare.
“Riteniamo – dicono gli oppositori all’IGP – che non sia corretto, poiché viola
lo spirito dello stesso Regolamento 1151/2012, invocare la protezione
dell’Indicazione Geografica per un prodotto che non è quello legato al territorio.
Questo comporta la radicale contestazione del trattamento che accomuna la
piadina, prodotto casalingo o artigianale, comunque destinato al consumo fresco,
e il prodotto che richiede caratteristiche di produzione industriale, prive di
qualsivoglia legame con il territorio, ad eccezione della sede dello stabilimento
produttivo, atteso anche il fatto che nessuno degli ingredienti è previsto come
obbligatoriamente proveniente dal territorio della richiesta Igp”.
Indebita e immotivata è poi la confusione che il testo del disciplinare fa tra la
Piadina Romagnola, che è storicamente solo quella prodotta artigianalmente o a
livello casalingo e destinata al consumo fresco, e il prodotto industriale destinato
ai mercati nazionali ed internazionali, che consente all’estensore del disciplinare di
indicare una serie di fonti documentali della tradizionalità della piadina o piada
romagnola.
“A nulla valgono – proseguono Slow Food Emilia-Romagna e le
Confesercenti territoriali di Cesena, Ravenna e Forlì – i tentativi di inserire
diciture specifiche come quella prevista dal disciplinare, che consente la dizione
accanto alla IGP della “lavorazione manuale tradizionale”. Suona, anzi, beffardo
che si usurpi una storia di sapienzialità artigianale per tutelare, di fatto, solo un
prodotto industriale senza storia né univoci legami con il territorio della Romagna
e poi si conceda al prodotto archetipico di fregiarsi, in sottotono, del marchio che
di questa usurpazione è il frutto”.
“L’auspicio è quindi – concludono gli oppositori del marchio IGP – che la
Commissione Europea prenda in considerazione le mancanze e le inesattezze
dell’attuale disciplinare, a salvaguardia di un sapere tradizionale che, se confuso
con la produzione industriale, rischierebbe di essere messo a repentaglio e svilito
nella sua dignità”.

Comunicato stampa

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