Published On: Mer, Apr 24th, 2013

“Attenti alle spalle!”: franchi tiratori e mancati Presidenti

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di SAMANTA REVERBERI – In più di sessant’anni di forma repubblicana, di traditori politici ne son passati sotto l’uscio. I franchi tiratori, gli abbietti, le ombre che strisciano dietro a un voto segreto e corrodono le loro primarie e palesi intenzioni, sono tra i turpi strateghi d’aula e, eccezione fatta per gli istituti riformati per poterli evitare, si sono spesso impegnati durante le elezioni presidenziali italiane. La logica: “Prima si elimina il nemico, poi si procede con l’elezione”. Per dirla breve, i franchi tiratori sono una prassi, e si sono imposti come fenomeno durante varie corse al Colle, facendo puntuali martiri. Comunque sia, chi sono i poveri e affranti danneggiati?
Vittima numero uno: Carlo Sforza, Ministro degli Esteri durante il Regno d’Italia e dal 1947 al 1951, si aggiudica il premio consolazione “Primo impallinato della Repubblica”. Amato dagli americani, viscerale antifascista, sgradito ai sinistri franchi tiratori di Dossetti, sta scrivendo il suo discorso presidenziale per le elezioni del ’48 quando riceve una visita di Giulio Andreotti presso la sua residenza. Il curioso incontro lo porterà a ritirare la candidatura, mentre Luigi Einaudi diverrà il trend indiscusso che tutti applaudono.
Vittima numero due: Cesare Merzagora, banchiere milanese dal curriculum nettamente politico; dopo De Gasperi, la DC si libra col pupillo Amintore Fanfani, che propone l’ateo senatore alle presidenziali del 1955. Vince la statuetta “Tutti contro di me”, per non aver ottenuto i voti stimati dei democristiani, per mano ai comunisti, per mano ai socialisti e con i missini attaccati alla loro coda, che sceglieranno Gronchi. Fanfani imprecherà un po’, ma si lascerà addomesticare dalla scelta unanime.
Lo ritroviamo anche nel 1971 Amintore, l’arentino compagno di cecchinaggio di Dossetti e La Pira alla non elezione di Sforza: si merita l’oscar “Chi la fa l’aspetti”, e il premio simpatia “Maledetto non sarai mai eletto”, come recita una scheda entrata nell’urna. Economista e storico, cinque volte Presidente del Consiglio, cinque volte senatore, due segretariati DC, diversi ministeri: perfetto. Una punta di diamante, pelo lucido e coda dritta democristiani. Sulla carta ha una maggioranza nemmeno commentabile, ma sarà pugnalato tra le scapole dagli elettori DC. Comunque sia, visto il numero di 23 scrutini, ostentati prima di arrivare al nome di Leone, a ogni Grande Elettore spetta l’attestato di partecipazione “Io c’ero”, per il contributo a un massimo storico della vita repubblicana. Non si dimentichi che altre personalità saranno gambizzate dai traditori doretei, vuoi Aldo Moro, Ugo La Malfa e Pietro Nenni; a loro va il premio “Purtroppo, anche a me” (franchi tiratori come zanzare).
Vittima numero quattro: Arnaldo Forlani, classe 1925, pesarese, esponente di spicco della – ancora una volta – Democrazia Cristiana. Durante le elezioni del ‘92, il suo partito si china più verso De Giuseppe almeno per i primi scrutini, nonostante Arnaldo sia il personaggio lanciato al Colle dai suoi. Al quinto e sesto scrutinio, poi, manca la meta per 39 e 29 voti: i sogni sfumano, a un Cossiga uscente non seguirà il Segretario Forlani. I traditori? Gli arcieri andreottiani, astuti e vendicativi per i mancati voti al Divo, il quale profetizza: “Se non sarò eletto finirà la Prima Repubblica”. Accidenti. Anche il candidato principe di Bettino Craxi, Giuliano Vassalli, si prenderà una trivellata al quattordicesimo: 150 franchi tiratori, nonostante l’accordo tra democristiani e socialisti sulla sua candidatura. Per risolvere la controversia, non bastano le alleanze e la strategia d’aula: serve una strage, quella di Capaci, che dà un ceffone alla casta e riporta tutti all’ordine, più o meno. Giorno 23 del maggio 1992. Oscar Luigi Scalfaro siederà al Quirinale grazie a 672 voti su 1002 dei Grandi Elettori.
Il resto è cronaca dell’altro ieri, e sappiamo che a noi italiani piace tanto mantenere le usanze! Si aggiudica il trofeo “Ti piacerebbe” Franco Marini, primo caduto del 2013, mentre a Romano Prodi va la palma “Mortadella sì, ma quella vera”, per aver mancato di 100 voti la meta stimata su carta, ed esser stato sacrificato dallo stesso PD. Un Giorgio Napolitano fino al 2020. Ebbene, stessi usi, stessa sintesi. I giochi di potere li fanno là in quello stanzone, e noi stiamo fuori a guardare, come appoggiati a un vetro appannato, sognando che la muffa sparisca e sperando in utopiche decisioni.

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