Published On: Lun, Apr 22nd, 2013

Bandiera rossa, bandiera bianca

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di SALVO TARANTO – Le vie della politica sono infinite: a strappare il Paese dall’instabilità cronica è stato un ex comunista rieletto anche da un Berlusconi esultante. La conferma di Giorgio Napolitano ha assunto le sembianze, in mezzo alla tempesta perfetta determinata dall’esito elettorale, dell’unico salvagente a cui aggrapparsi per consentire l’uscita dall’impasse. Chi ha intenzione di indorare abilmente la pillola descrive il presidente, uscente dalla porta e rientrante dalla finestra, come il Salvatore della patria.

Ovviamente non è affatto così. Napolitano non è la salvezza, è la boccata d’ossigeno che i partiti prendono prima di sferrare, in apnea, l’ennesima pugnalata al cambiamento: il governo del grande inciucio, l’esecutivo benedetto dalle organizzazioni internazionali e dalle nazioni che hanno l’interesse a telecomandare a distanza un’Italia docile ma stretta a coorte. Aver indicato come Capo di Stato un uomo che è prossimo a compiere 88 anni rappresenta l’ennesimo tentativo di assassinare il desiderio spasmodico di rinnovamento, l’ulteriore conferma di cosa berlusconismo e antiberlusconismo abbiano partorito nell’ultimo ventennio: il nulla.

“Il Presidente Napolitano ha da tempo pubblicamente indicato le ragioni istituzionali e personali per cui non ritiene sia ipotizzabile una riproposizione del suo nome per la Presidenza della Repubblica” si legge in una nota del Quirinale diramata il 21 febbraio. “Io conosco il Presidente e conosco la sua serietà. Ha detto una parola e credo rimarrà quella” commentava subito dopo il segretario di un partito inghiottito dal senso del ridicolo: quel Bersani che, tanto per non smentirsi, si sbagliava anche in quel frangente. Dato che quanto avvenuto prima delle elezioni potrebbe apparire ormai preistoria politica, ecco un’altra dichiarazione rilasciata da re Giorgio esattamente un mese fa: “È necessario passare la mano. È necessario che si facciano avanti altri per la carica di presidente della Repubblica”. Altri, infatti, si erano fatti necessariamente avanti, ma altrettanto necessariamente sono stati impallinati: Marini e Prodi.

C’era anche un certo Stefano Rodotà, di 8 anni più giovane, proveniente dallo stesso partito di Napolitano e di cui è stato presidente per un anno (il Pds): pare che il suo nome avrebbe però diviso e stravolto le coscienze in quanto candidato dal MoVimento 5 Stelle. Rodotà grillino, insomma. Come se la Gabanelli, per il solo fatto di essere stata indicata dai pentastellati, smettesse di essere considerata un’ottima giornalista o Gino Strada divenisse improvvisamente un guerrafondaio.

Evidentemente la grande coalizione era possibile solo tra Pd, Scelta Civica, Pdl e Lega e non tra Pd e M5S che, per la prima volta, aveva lanciato più di qualche segnale di assenso alla realizzazione di un futuro governo. Niente, Bersani ha corteggiato Grillo a lungo e quando si è manifestata un’apertura, si è  strategicamente infatuato di un altro. Un uomo che ha giocato una partita encomiabile facendo crollare il castello di carte del Pd con un semplice soffio: Silvio Berlusconi, l’unico che può davvero gioire per la rielezione di Napolitano.

Tutto cambia affinché rimanga tale e quale. In fondo questi (ex) comunisti non sono per niente male: specialmente quando, invece di agitare la bandiera rossa, si limitano a far sventolare quella bianca.

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