di FRANCESCO CIRILLO GALLUCCI –

Supermercati_interni

Dopo l’industria, è il settore commercio a presentare il conto di una gestione dissennata. Nei primi due mesi del 2013, a causa del sostanzioso calo dei consumi e del generale impoverimento delle famiglie italiane, secondo l’Osservatorio Confesercenti, hanno chiuso i battenti quasi 10.000 esercizi commerciali. Le proiezioni riferite al primo trimestre evidenziano che le cose potrebbero peggiorare fino ad arrivare a oltre 14.000 imprese, il dato peggiore degli ultimi 20 anni, mentre per 2013 il saldo negativo potrebbe toccare quota 60mila aziende con la perdita di circa 200.000 addetti: una vera e propria ecatombe. A questo trend negativo si aggiunge il problema degli esercizi sfitti, che in tutta Italia sono ormai 500.000, con il risultato che sono sfumati 25 miliardi di canoni e 6,2 miliardi di gettito fiscale: più dell’Imu prima casa, pari a circa 4 miliardi di euro. Anche i pubblici esercizi vivono un momento disastroso: secondo le previsioni dell’associazione, nel trimestre chiuderanno più di 9.500 tra bar, ristoranti e simili, mentre le nuove aperture sono state 3.181 (-25%), per un saldo finale negativo di 6.401 unità.

La situazione insomma è drammatica, occorrono delle misure urgenti. Per questo Confesercenti, dopo la giornata di mobilitazione nazionale del 17 marzo scorso prosegue nella raccolta firme contro le aperture domenicali e in favore del “Canone revisionabile”: una proposta di legge di iniziativa popolare per riportare nell’alveo delle competenze regionali le normative su aperture e chiusure delle attività commerciali e porre così un freno all’eccesso di liberalizzazioni. Il numero di firme necessario per il successo dell’iniziativa è di 50.000 e ad oggi ne sono già state raccolte più di 40mila. La raccolta terminerà a fine mese.

Analizzando l’articolazione geografica delle chiusure del primo bimestre, i risultati peggiori si rilevano nel centro-nord, che registra 7.885 chiusure a fronte di 2.054 aperture; Sud e Isole sembrano resistere di più, con 5.890 cessazioni e 1.938 nuove aperture. Tra i comuni capoluoghi di Provincia, invece, la maglia nera va a Roma, con 553 chiusure per un saldo negativo di 392 unità. Seguono Torino (306 cessazioni, saldo negativo di 231 unità) e Napoli, dove le attività commerciali che hanno abbassato la serranda sono state 238, per un saldo finale che ha visto scomparire 133 imprese.

Varia di città in città la percentuale di negozi rimasti senza affittuario. Secondo l’indagine Anama-Confesercenti, tra i capoluoghi presi in esame il centro storico più desertificato è quello di Cagliari, con il 31% dei negozi chiusi, seguono Rovigo (29%), Catania (27%) e Palermo (26%).

Da notare che le percentuali sopra citate si riferiscono ai soli centri storici, nelle periferie prese in esame il fenomeno peggiora di gran lunga.

A margine di un convegno della scorsa settimana il presidente di Confeserenti, Marco Venturi, ha sostenuto la necessità che “si volti al più presto pagina per evitare che il 2013 si caratterizzi come l’ennesimo anno di dura recessione che sta distruggendo redditi e lavoro di famiglie e imprese”.

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