Delrio: il rigore imposto dall’Europa è ormai insostenibile per gli enti locali e le imprese

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Esistono alcune parole, alcune frasi, alcuni termini di legge che spaventano gli amministratori locali più di qualunque altri. Anche quando non si parla di debiti, fallimenti, partecipate, crisi o bilancio, c’è, vive e si nutre di occhi sgomenti, carte da firmare, lavori e pagamenti in sospeso un certo “patto di stabilità”, la cui definizione non fa affatto paura e che anzi, dovrebbe dare sollievo ai bilanci degli enti locali, anche se in realtà la situazione è ben più problematica

Il patto di stabilità è l’accordo che lo Stato Italiano ha raggiunto con gli altri stati Europei in sede comunitaria – a partire dal 1997 -, in base al quale anche gli Enti locali devono contribuire alla riduzione del debito pubblico nazionale – cercando di contenerlo entro il 60% -, osservando di anno in anno regole sempre più restrittive. Nella maggior parte dei casi, tali norme riescono a mettere in difficoltà le Amministrazioni soprattutto nella realizzazioni dei programmi e delle attività a favore della cittadinanza. Il Patto di stabilità, in sostanza, impone un limite tassativo nei pagamenti, soprattutto nel caso dei lavori pubblici come strade, manutenzione del verde, realizzazioni di piccole opere di viabilità, tutte promesse fattibili sulla carta, realizzabili stando ai bilanci, ma bloccate dalle limitazioni imposte dal Patto.

Il problema è molto semplice: se da una lato il contenimento delle spese di Comuni e Province è riuscito a risanare la finanza pubblica per oltre 15 miliardi di euro negli ultimi sette anni, il prezzo pagato rischia di diventare molto più serio sia per le amministrazioni, sia per gli interventi “urgenti”, sia per i pagamenti ancora insoluti verso le imprese che hanno lavorato ad opere ancora non completamente finanziate nonostante i soldi in cassa. A tale proposito, Graziano Delrio, neo ministro per gli Affari regionali e delle autonomie, ha definito con parole di fuoco la situazione degli enti locali (Anci) di cui è presidente: “I Comuni italiani sono malati terminali e con l’ingresso nel patto di stabilità dei piccoli municipi la situazione nel 2013 si prospetta drammatica, per questo il contributo richiesto ai Comuni per il risanamento dei conti pubblici non è più giustificabile”. Più che la finanza pubblica statale, a risentire il peso delle norme europee sono l’economia locale, popolata da artigiani, aziende e imprese che non vengono pagate e le opportunità di lavoro che, con la diminuzione degli interventi ordinari, sono sempre più al ribasso.

D’altronde, nel caso in cui i Comuni, ad esempio, non rispettassero le norme imposte dal Patto di stabilità, incorrerebbero in sanzioni molto pesanti, tra cui la riduzione dei trasferimenti ordinari ricevuti dal Ministero che andrebbe a diminuire ancora di più la disponibilità per le spese correnti, ma anche il divieto di assunzione di nuovo personale e l’accensione di mutui per realizzazione di opere pubbliche. Per limitare i danni, quindi, le Amministrazioni hanno preferito – o meglio: dovuto -, limitare spese in interventi sul welfare e ritardare pagamenti ai fornitori abbattendo un po’ ovunque gli investimenti in opere strutturali. In molti Comuni sindaco e giunta hanno deciso da tempo di ridurre i compensi per liberare risorse economiche da destinare ad iniziative sociali in contrasto alla crisi, piccoli gesti che rappresentano un’emergenza cui il nuovo governo deve affrontare.

Ad ottobre dello scorso anno fu proprio Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, a far risaltare il problema al cospetto dell’allora presidente del consiglio Mario Monti, definendo il Patto di stabilità come un limite teso a strozzare Parma così come tante altre città d’Italia. Un concetto ribadito più volte, anche poche settimane fa a Ravenna quando assieme al primo cittadino di casa Fabrizio Matteucci e a quello di Verona, Flavio Tosi, il sindaco pentastellato ha puntato il dito contro una normativa che doveva servire a non indebitare i Comuni che, nonostante tutto, si sono indebitati ugualmente. Ancora più dettagliata e vivace è poi la critica di un altro sindaco, Graziano Delrio, che da Reggio Emilia tuona: “Il Patto di stabilità è stato strutturato nella forma di una costante manovra di finanza pubblica, che costringe i Comuni a generare un saldo positivo di bilancio pari a 4,5 miliardi di euro, risorse chieste ai cittadini e non utilizzate per i servizi e gli investimenti locali. Da qui la contrazione della spesa per investimenti che – ha ricordato il presidente Anci -, ammonta, negli scorsi 5 anni, al 23%. Per non aumentare questa percentuale occorre cambiare radicalmente impostazione. Deve essere chiaro che il prezzo sociale di queste manovre finanziarie è ormai insostenibile per la collettività e per le imprese”.

Alleggerire e rivedere i termini del Patto di stabilità servirebbe in primis per consentire agli Enti Locali di affrontare le emergenze (viabilità e socio-assistenzialismo), ma soprattutto sarebbe necessario per pagare le imprese risollevando le sorti dell’imprenditoria locale ed anche del lavoro. Sarebbe un respiro profondo che permetterebbe a sindaci e presidenti di pensare al futuro con meno timore e su cui il nuovo Governo dovrà assolutamente prendere la parola.

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