Published On: Lun, Apr 15th, 2013

La politica è nel pallone

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di SALVO TARANTO – Non c’è dubbio: la politica è nel pallone. Ovvero, la politica è in confusione ed è sempre più decifrabile attraverso le metafore calcistiche. Da vent’anni i comizi berlusconiani sono dominati dal coro “chi non salta comunista è”: un classico della seconda repubblica, il tifo da stadio applicato ai partiti. Anche a Bari il Cavaliere rossonero è stato accolto dal tripudio saltellante dei sostenitori, in mezzo a bandiere, fumogeni e al frastuono delle trombette: l’unica novità, la variante concessa al canovaccio, è stata rappresentata dalla presenza sul palco della fidanzata Francesca Pascale e del suo barboncino Dudù. Per il resto, niente di nuovo sul fronte “occipitale”. “Questo potrebbe essere il primo comizio della nostra campagna elettorale” ha affermato Berlusconi davanti alla folla sottolineando l’inaccettabilità della paralisi. Insomma, sembra che ormai in Italia il governare sia una parentesi, sempre più breve, tra una campagna elettorale e l’altra. E mentre l’incapacità di formare un esecutivo fa scivolare il Paese verso nuove elezioni, Silvio si appresta a riprendere le redini del comando senza particolari ansie da prestazione: a livello comunicativo è il migliore, le spara sempre più grosse degli altri e, nonostante tutto e tutti, il popolo del centrodestra non l’ha mai abbandonato preferendo il carisma attempato e succube dei lifting al rinnovamento di chi si crede un delfino ed è destinato a fare invece la fine dei tonni in una mattanza (Angelino, “un giorno tutto questo sarà tuo” verrebbe da dire parodiando Il piccolo Lord). Dal punto di vista elettorale, l’unica forza politica in grado di guadagnare consensi nell’attuale situazione di stallo è il Pdl, il partito che più di ogni altro si mostra intenzionato a partorire la grande coalizione pur desiderando tornare al voto al più presto. Un altro classico berlusconiano: il chiagne e fotti.

Tuttavia, se i mercati sembrano essere stati finora clementi, il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi (tra l’altro anche lui travolto dalla passione calcistica: è presidente del Sassuolo) ha denunciato come l’assenza di un esecutivo abbia già spogliato l’Italia di un punto percentuale di Pil. Continuando con le allegorie del pallone, è come se la politica italiana stesse giocando una partita che si trascina lungo una serie interminabile di minuti di recupero senza che nessuno si assuma la responsabilità di mandare tutti a bere un tè caldo. Tale è l’assuefazione all’immobilità che dagli spalti si è perfino smesso di guardare la partita in attesa dell’avvento di un nuovo arbitro. Napolitano infatti, dopo sette anni di presidenza, ha abbandonato il Quirinale lasciando il fischietto sulla scrivania ed un biglietto su cui è scritto un proverbio francese: “fai quello che devi, accada quel che accada”. Il messaggio è ovviamente rivolto al suo successore al quale toccherà il compito di forzare i tempi varando un governo di scopo o sciogliendo le Camere, potere che Napolitano non poteva più esercitare durante il suo ultimo semestre di mandato.

Se “gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio”, come diceva Winston Churchill, c’è una particolare tipologia di italiano che è in grado, allo stesso modo, di andare incontro alla sconfitta anche alle urne: l’elettore di centrosinistra. Il Pd ha calciato fuori l’ennesimo rigore a porta vuota, ha resuscitato un avversario che si trovava a molti punti di distanza in classifica, ha fatto una campagna acquisti-elettorale semplicemente pessima. I numerosi tifosi guardano a ciò che sta accadendo al loro club con un misto di commiserazione e rabbia. La squadra sembrava da scudetto e invece le strade si sono riempite dei caroselli degli ultras avversari. Non si comprende chi guidi la società, chi sia il presidente, chi l’allenatore, chi debba dimettersi, chi abbia il compito di licenziare chi. Come se non bastasse, i magazzinieri hanno un’insopprimibile tendenza a ritenersi dei Mourinho. Bersani era apparso come il migliore allenatore possibile, eppure ora ci si accorge che, con Renzi sulla panchina democratica, il sogno tricolore non sarebbe sfumato. Lo spogliatoio è diviso ed il pubblico che gremiva lo stadio è prossimo a voltare definitivamente le spalle agli ex beniamini. Si parla di scissione nel partito, come se quei giocatori che non sono stati schierati tra i titolari entrassero in campo durante la partita, per portare via il pallone e lasciare i compagni a prendere a calci un’aria sempre più pesante.

Ah, e poi, in conclusione, ci sono quelli che hanno rischiato di vincere il campionato spendendo pochissimo e mostrando un calcio spumeggiante e a tratti aggressivo, quelli che insultano spesso gli arbitri ma se la prendono con chi non rispetta al massimo il regolamento (e infatti si mettono a leggerlo a voce alta a bordo campo): i grillini. Il MoVimento aveva praticamente conquistato lo scudetto quando il presidente Grillo Giuseppe Piero detto Beppe, all’ultima giornata, ha deciso di ritirare la squadra perché altrimenti avrebbe dovuto sollevare un trofeo troppo pesante o, forse, perché nella bacheca del club c’è spazio soltanto per Casaleggio. Succede anche questo nell’Italia nel pallone.

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