Published On: Gio, Apr 25th, 2013

La repubblica delle banane

boots-march

di MASSIMILIANO PARENTI – Non c’è nulla di più banale che definire “repubblica delle banane” la routine politica alla quale siamo tanto abituati: qualsiasi giornalista, opinionista di talk show et similia ha almeno una volta usato questa espressione come quadro rappresentativo che evochi una realtà dei fatti a noi tanto familiare.
C’è chi sostiene che questo paragone calzi a pennello come descrizione per gli ultimi anni di stallo istituzionale, in particolare dall’ultima (ci piacerebbe) uscita di scena di Berlusconi, sceso come consensi ai suoi minimi storici durante l’insediamento del professor Monti. Altri ancora la utilizzano per circoscrivere quell’arco di tempo che intercorre tra lo scandalo di tangentopoli e il folle presente, mentre i più scettici e i delusi irreversibili della politica la accompagnano semplicemente alla definizione di Italia proprio fin da quando anziché una monarchia diventò una repubblica (delle banane appunto).
Comunque stiano le cose – che se ne dica -la repubblica delle banane non è il gradino più basso che  si può raggiungere; ciò che si frappone fra noi e lo spettro di una nuova forma di anarchia o di dittatura è la fragile, forse esasperata ma mai come ora reale minaccia che si aggira serpeggiante, della repubblica di Weimar. Si sostiene generalmente che “chi non ricorda il proprio passato è condannato a riviverlo” e allora forse conviene avere il quadro chiaro di ciò che accadde nella Germania devastata dalla guerra e dai costi insostenibili della crisi economica.
In cosa ci possiamo rispecchiare?
In quel caso l’accentuarsi della crisi politica, unita alla difficoltà di costruire un governo plausibile sul piano politico e continuativo, insieme ai dati drammatici della recessione e della conseguente crisi sociale portarono le alte sfere della repubblica ad affidarsi ad una figura istituzionale che rappresentasse una lotta all’estremismo di destra e di sinistra, che si profilasse come continuità conservatrice dei vecchi valori prussiani: ciò che accadde fu, guarda caso, la riconferma di un secondo mandato settennale dell’unico uomo che potesse interpretare un simile ruolo, ovvero l’ottantasettenne presidente Hindenburg, che, nonostante soffrisse di saltuarie crisi di senilità, venne persuaso a ripresentarsi alle elezioni presidenziali della primavera del 1932 come unico candidato in grado di bloccare l’ascesa di Adolf Hitler. Sappiamo tutti come finì: e di fronte ad uno scenario come quello impallidiremmo senz’altro tutti quanti. Ma non mi si biasimi se ammetto che l’alternativa al povero ottantottenne non era di certo un estremista con i baffetti: alla Casta sarebbe bastato un piccolo sforzo per rimanere sul secondo gradino (quello della repubblica delle banane) e non scivolare nell’ultimo prima del baratro. Gli è stata data un’occasione d’oro, un assist in cui bastasse un soffio per fare goal: neanche per idea, Stefano Rodotà è stato bocciato, i repubblicani del 2013 hanno preferito Weimar. Buona fortuna a Hindenburg, dunque.

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